Castel di Sasso. C’è un silenzio che pesa più del rumore. È il silenzio dell’indifferenza, quello che avvolge la memoria quando smette di essere comoda, quando non porta più voti, né visibilità, né tornaconto. È il silenzio che oggi circonda la figura di Don Alfonso Musco, sacerdote di Castel di Sasso, benefattore, uomo di fede e di azione, scivolato via dai discorsi pubblici come se non fosse mai esistito.
Eppure non si tratta di un nome qualunque. Don Alfonso era, per quella comunità, qualcosa di più di un parroco: una sorta di Don Bosco dei nostri territori, capace di raccogliere offerte con sacrifici personali, persino attraversando l’oceano fino all’America, pur di costruire un luogo che fosse casa, rifugio, crescita. Quella chiesa, tirata su con il contributo dei fedeli e degli emigrati, non era cemento armato: era identità condivisa, era futuro.
Oggi, invece, è un simbolo al contrario.
A due passi dal piazzale della chiesa di Strangolagalli, piccola frazione di Castel di Sasso, il monumento dedicato a Don Alfonso Musco giace soffocato dalle erbacce. Abbandonato. Dimenticato. Umiliato. Stessa sorte per il monumento ai caduti in guerra, poco distante: nomi incisi nella pietra, ma cancellati nei fatti. Uomini che hanno combattuto e sono morti per la libertà, ora lasciati a marcire nell’incuria. È una scena che non solo deprime: offende.
Offende la memoria. Offende la storia. Offende, soprattutto, la dignità di una comunità che sembra aver smarrito il senso stesso del rispetto.
Succede a Castel di Sasso, tranquillo centro della comunità montana di Monte Maggiore, dove la chiesa costruita circa cinquant’anni fa è chiusa da tempo, circondata dalle erbacce, forse persino pericolante. E nel frattempo nessuno interviene. Nessuno decide. Nessuno, davvero, si assume fino in fondo la responsabilità.
Il sindaco Davide Petruccione, va detto, non si nasconde. Riconosce il degrado, parla di dispiacere condiviso, assicura disponibilità. Ma ricorda anche un nodo noto: la proprietà dell’area è della Diocesi. E qui, puntuale, si materializza il rimpallo all’italiana, quello che trasforma i problemi in attese infinite.
Dal canto loro, il vescovo Giacomo Cirulli e il parroco don Rodolfo Fumante — giovane e volenteroso — sembrano aver manifestato interesse per la questione. Bene. Ma l’interesse, da solo, non basta più. Non quando il tempo ha già fatto danni. Non quando l’abbandono è sotto gli occhi di tutti.
Perché qui non si discute solo di un edificio o di due monumenti. Qui si misura il grado di civiltà di una comunità. E la civiltà non si proclama: si pratica. Nella cura dei luoghi, nella memoria dei propri uomini, nel rispetto dei sacrifici che hanno costruito ciò che oggi si dà per scontato.
Don Alfonso Musto non si sarebbe aspettato questo epilogo. Così come non se lo sarebbero aspettato i caduti in guerra, i cui nomi resistono su una lapide che nessuno, evidentemente, sente più il dovere di onorare.
E allora la domanda è semplice, quasi brutale: che cosa resta di una comunità che dimentica i suoi esempi migliori?
Forse è tempo che qualcuno smetta di “essere disponibile” e inizi, finalmente, a fare. Perché la memoria, quando viene lasciata alle erbacce, non è solo trascurata: è tradita.

