Lorenzo Applauso|C’è un dato che dovrebbe inquietare tutti: gli episodi di violenza continuano ad aumentare. Accade nelle grandi città, nei piccoli centri e non risparmia nemmeno l’Alto Casertano. Risse, aggressioni e, sempre più spesso, un coltello che spunta all’improvviso, come se fosse diventato l’arma “di ordinanza” di troppi imbecilli. Mi si perdoni il termine, ma è difficile trovarne uno più appropriato.
Sembra che le parole non bastino più. Il confronto lascia il posto all’intimidazione e la violenza diventa il linguaggio con cui qualcuno pensa di affermare le proprie ragioni. È un fenomeno che non può essere liquidato come una semplice sequenza di fatti di cronaca, perché dietro questi episodi si nascondono profonde questioni sociali e psicologiche che meriterebbero analisi serie da parte di sociologi, psicologi ed esperti.
Ci sono due aspetti che mi colpiscono più di ogni altro.
Il primo è il rischio dell’assuefazione. Quando certe notizie diventano quotidiane, il pericolo è che finiscano per essere considerate normali. Si ascolta dell’ennesima aggressione e si passa oltre, quasi fosse inevitabile. Viene in mente, con amara ironia, la celebre battuta di Checco Zalone: “Un coltello chi non lo tiene?”. Una frase nata per far sorridere che, se trasportata nella realtà, assume un significato inquietante. Nessuno dovrebbe pensare che portare un coltello con sé sia normale o accettabile.
Il secondo aspetto riguarda il comportamento di chi assiste a queste scene. Durante una rissa, sempre più spesso, invece di cercare di calmare gli animi o chiamare immediatamente i soccorsi, c’è chi estrae il telefono cellulare e inizia a filmare. Si osserva la violenza attraverso uno schermo, come se fosse uno spettacolo da condividere sui social. È un atteggiamento che lascia sgomenti e che pone interrogativi profondi: cosa sta cambiando nella nostra società? Cosa accade nella mente di chi preferisce registrare una tragedia anziché fare il possibile per evitarla o aiutare chi è in difficoltà?
Non esistono risposte semplici. La famiglia, la scuola, le istituzioni, il mondo dello sport e dell’associazionismo hanno tutti una responsabilità educativa. Ma anche ciascuno di noi è chiamato a interrogarsi sul valore del rispetto, del dialogo e del senso civico.
La violenza non può diventare una componente ordinaria della nostra quotidianità. Il giorno in cui smetteremo di indignarci, il giorno in cui considereremo normale un coltello in tasca o una rissa ripresa con uno smartphone, avremo perso molto più di una battaglia contro la criminalità: avremo perso una parte della nostra umanità.Ecco perché questi episodi non devono soltanto fare notizia. Devono far riflettere tutti, nessuno escluso.

