Lorenzo Applauso|Ci sono luoghi che non scompaiono davvero, anche quando il tempo li svuota. Restano sospesi, come pagine ingiallite di un libro che nessuno ha il coraggio di chiudere. Tra questi borghi incantati, piegati dalla morsa dello spopolamento che sembra vincere su ogni tentativo di rinascita, c’è Liberi, la piccola frazione di Cese. Un nome che oggi suona quasi come un paradosso, perché qui la libertà ha il sapore malinconico dell’abbandono.Oggi sono poche le anime che abitano questo minuscolo centro. Eppure, non molto tempo fa,
Liberi era un luogo pieno di vita, di quella vita semplice che insegnava senza bisogno di parole. Qui si imparavano le regole non scritte dell’esistenza: il rispetto, la solidarietà, il valore della famiglia. Pilastri autentici, capaci di resistere a ogni forma di violenza e solitudine.Passeggiando tra le sue stradine si incontrano i segni inevitabili del tempo. C’è ancora la vecchia bottega di Vincenzo, l’artigiano delle “copelle”, recipienti in legno costruiti uno ad uno con pazienza e maestria. Non usava il metro, ma un semplice bastoncino di legno per dare a ogni pezzo la stessa misura. Sul pavimento si accumulavano almeno venti centimetri di segatura e riccioli, lasciati dall’ascia, che rendevano l’ambiente caldo, quasi accogliente. Tra gli attrezzi, al massimo una sega a mano: nessuna macchina elettrica, solo il ritmo lento del lavoro umano e il fischiettio di “Vicienz”. Quella bottega era anche un luogo di incontro, soprattutto d’inverno o durante le lunghe giornate di pioggia, quando la gente si riuniva per osservare Vincenzo lavorare, trasformando il legno in oggetti utili e belli un po’ il mastro Geppetto dell’epoca.Poco più avanti, l’unico negozio di alimentari. Sugli scaffali consumati di zia Ersilia si trovavano l’essenziale: un po’ di pasta, qualche scatola di conserva, zucchero, sale e olio. In estate, però, il frigorifero con i gelati diventava il centro dell’attenzione dei ragazzi: un ghiacciolo costava appena dieci lire, un piccolo lusso che sapeva di felicità. E poi c’era la damigianella di vetro con il rubinetto, da cui si spillava il marsala siciliano: un bicchiere alla volta, come un rito semplice ma prezioso.Il cuore del borgo era quello che tutti chiamavano “il corso principale”. D’estate era un brulicare di voci e presenze: si usciva all’aperto per cercare un po’ di fresco, si chiacchierava, si viveva. Alle quattro del pomeriggio, puntuale come un orologio, arrivava il momento di “cacciare” il gregge, portarlo al pascolo. In inverno, invece, le case si chiudevano, e sopra i tetti si alzava il fumo dei camini accesi, mentre dentro si consumava una vita più raccolta.Un tempo, quel corso risuonava delle risate dei bambini, dei giochi improvvisati con i bottoni o a campana. Ai loro occhi, quella strada senza nome era grande quanto il corso Buenos Aires di Milano. Oggi, al posto di quel vociare, resta un silenzio assordante. Un silenzio ovattato, che avvolge ogni cosa. Eppure, qualcosa resiste. Le rondini, per esempio. Ogni anno qualcuna torna dai paesi caldi per nidificare, come se volesse testimoniare che la vita, in qualche forma, continua. Forse sono loro le ultime custodi di un equilibrio perduto. Non c’erano telefoni, né televisori. Eppure si viveva bene, con una felicità fatta di poco, ma autentica. Oggi di questo scrigno rimangono soprattutto i ricordi, custoditi dagli anziani che un tempo erano giovani, pieni di energia e di sogni. Qualcuno torna ancora, soprattutto d’estate. Torna per rivedere le case, le strade, i luoghi dell’infanzia. Torna per ascoltare, ancora una volta, quel silenzio carico di memoria. Un silenzio che, a Liberi, non è vuoto: è storia.
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IL SILENZIO CHE RACCONTA: LIBERI, IL BORGO DOVE IL TEMPO SI È FERMATO
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