Angela Giordano|Esistono scritture che non si accomodano nello spazio della narrazione, ma lo occupano militarmente, dilatandone i confini geometrici fino a farli coincidere con le coordinate stesse dell’assoluto. Squagliasole, la fulminea e densissima prova di Alfonso Tramontano Guerritore consegnata alle stampe per le Edizioni Transumanti nella collana Trentaminuti, si impone immediatamente all’attenzione del lettore non come un semplice manufatto letterario, bensì come un vero e proprio sismografo dell’anima reclusa. Accompagnato dal denso spartito critico del protesto di Pasquale Vitagliano, questo racconto dimostra come la brevità possa farsi feritoia prediletta per osservare l’immensità del dramma umano.
L’impianto visivo che correda il volume, evocato nelle immagini originali introduce il lettore a un’estetica della frattura, dove la statuaria classica dialoga con la visceralità del cuoio e della polvere. Tramontano Guerritore decide di spogliare l’evento agonistico di ogni sovrastruttura spettacolare per restituirlo alla sua dimensione originale: una partita di pallone, un rigido uno contro uno giocato a oltranza entro il perimetro coercitivo del carcere. La prosa dell’autore si muove secondo una doppia velocità interpretativa, mutuata da una visione squisitamente cinematografica, in cui la concitazione del gesto atletico convive con una dilatazione temporale quasi claustrofobica. Il campo di gioco cessa di essere una convenzione regolamentare e si trasmuta nel teatro di una liturgia ancestrale.
In questa architettura della reclusione, il titolo assume il valore di una precisa dichiarazione di poetica. Squagliasole è l’indicazione di un tempo spietato, quel mezzogiorno eterno che consuma i corpi ma che, al contempo, rappresenta l’unico elemento oggettivo di misurazione esistenziale rimasto a chi è privato della libertà. La condizione per la vittoria, restare in piedi fino alla scomparsa del sole, eleva la resistenza fisica a dignità metafisica. Con una partecipazione emotiva e un’empatia che rifugge qualsiasi tentazione pietistica, il narratore comprende che il sacro non abita i luoghi della purezza ideale, ma si annida proprio là dove la carne soffre, resiste e si ostina a cercare un senso.
Il nucleo profondo dell’opera risiede nella ridefinizione dello spazio aereo. La libertà non è un miraggio lontano, ma coincide con la porzione di azzurro ritagliata sopra le teste dei detenuti. Quella cornice di cielo, che condiziona lo sguardo e ne limita le potenzialità espansive, diventa l’avversario più temibile, assai più del rivale in carne e ossa sul campo. L’intuizione più folgorante di Tramontano Guerritore risiede proprio nel ribaltamento finale: la vera emancipazione non consiste nel varcare una soglia materiale, ma nell’abolizione filosofica del limite. Conquistare la libertà significa, in ultima analisi, non avere cornice. Attraverso un’indagine lirica e giornalistica di straordinaria lucidità, l’autore ci consegna un testo necessario, capace di trasformare il sudore in epica e l’ombra in un disperato canto di luce

