Elena Italiano|Dopo il Sentiero delle Fate di Gallo Matese, l’Orto della Regina di Roccamonfina, il borgo di Valogno e il Castello di Letino, il nostro viaggio nell’Alto Casertano prosegue alla ricerca di luoghi capaci di custodire natura, storia e suggestioni. La prossima tappa di In viaggio con Casertasera ci porta a Fontegreca, dove, tra le montagne e le acque del Sava, si apre uno degli angoli più affascinanti del territorio: la Cipresseta.La Cipresseta di Fontegreca è una delle perle naturalistiche dell’Alto Casertano: un’oasi verde di circa 70 ettari, custode di una straordinaria biodiversità e meta di escursionisti e amanti della natura. È qui che il paesaggio sembra conservare una memoria antica, mentre il silenzio del bosco lascia spazio a storie, miti e leggende che, da millenni, accompagnano l’albero protagonista di questa narrazione: il cipresso.
Fontegreca. Un nome che sembra giungere da lontano. Nel 1862, con decreto regio, Fossaceca divenne Fontegreca. Un nome composto da due parole dal respiro suggestivo: “fonte” e “greca”. “Fonte” deriva dal latino fons, sorgente, in riferimento alle abbondanti acque della zona. “Greca”, invece, richiama le antiche citazioni documentarie che indicavano la località come Fossa Graeca. Ed è proprio dall’eco antica del nome che vogliamo lasciarci suggestionare, per riportare alla luce un mito legato ai cipressi che, di Fontegreca, costituiscono l’anima paesaggistica. Per secoli il cipresso ha accompagnato la memoria degli uomini. Sempreverde e slanciato verso l’alto, affonda le radici nella terra e allunga i rami verso il cielo, quasi a unire in sé ciò che è terreno e ciò che è dell’infinito. A Fontegreca, però, il cipresso non è più un albero solitario. È una comunità di esemplari della stessa specie. È un bosco. È la Cipresseta: settanta ettari di alberi che, dalle pendici del Matese, si distendono verso la valle del Sava, tra rocce scoscese, sorgenti e acque limpide. Anche il nome “Bosco degli Zappini”, con cui la Cipresseta è conosciuta, custodisce una storia suggestiva. Una delle interpretazioni tramandate fa risalire il nome all’arrivo dei francesi nel corso del Settecento, quando i cipressi
sarebbero stati confusi con gli abeti e indicati con il termine sapin, “abete”, da cui sarebbe derivato successivamente “Zappini”. Si tratta, tuttavia, soltanto di una delle diverse ipotesi sull’origine del nome. Qui vive un raro cipresso, l’ecotipo Cupressus sempervirens var. horizontalis, da anni oggetto di studi per le sue particolari caratteristiche di resistenza al cancro della corteccia, la malattia che ha decimato migliaia di cipressi nel Mediterraneo. Qui, nella Cipresseta di Fontegreca, i cipressi vivono, respirano, resistono. Alcuni esemplari sono secolari; alcuni hanno raggiunto i cinquecento anni. Cinque secoli di storia racchiusi nei tronchi, nelle radici, nelle chiome. E accanto a loro carpini, roverelle, lecci, cerri e ornielli si intrecciano al verde profondo dei cipressi, dando vita a un paesaggio di straordinaria intensità. Nel bosco, i rivoli d’acqua raccolgono sulla loro superficie trasparente i riflessi delle chiome e continuano il loro viaggio verso valle, creando piccole cascate e piscine naturali. Sembra quasi che la montagna abbia affidato all’acqua il compito di narrare una storia antica, fatta di roccia, sorgenti, ruscelli, rapide e cipressi. L’aria è fresca. L’acqua è protagonista. Gorgoglia, scorre tra muschi e felci, suggerisce racconti, evoca misteri. Ma qui l’acqua non ha soltanto attraversato la montagna: per secoli ha dato forza anche alle mani degli uomini. Un antico mulino ad acqua conserva ancora la memoria di un tempo in cui il corso dei torrenti diventava energia e il movimento si trasformava in lavoro. Anche il nome “cipresso” affonda le sue radici nel mondo antico. Dal latino cupressus, dal greco kyparissos: una parola che attraversa il Mediterraneo antico e giunge fino a noi insieme alla storia di un albero destinato a diventare simbolo. Simbolo di qualcosa che permane, capace di conservare il proprio colore mentre intorno tutto cambia. Ed è proprio qui che sembra riaffiorare una delle più antiche leggende legate a questo albero: quella di Ciparisso, narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Un giovane profondamente legato a un cervo sacro che, dopo aver tragicamente perso il suo amico animale, fu trasformato dagli dèi in un cipresso, affinché il suo dolore potesse vivere per sempre.
CIPARISSO DIVENTA UN ALBERO
Ciparisso era un giovane bellissimo amato da Apollo. Era profondamente legato a un cervo dalle grandi corna, tanto che l’animale era diventato una presenza irrinunciabile nella sua vita. Ma l’idillio durò poco. Arrivò un giorno d’estate. Una battuta di caccia. Un istante. Un errore. Fatale. Il cervo cadde. Morì. E a ucciderlo fu proprio la mano del suo fedelissimo compagno. Ciparisso scoprì allora l’esistenza di un dolore che non conosce misura. Un dolore che non poteva essere risarcito. Disperato per la perdita, non chiese agli dèi di riportare in vita il cervo. Chiese qualcosa di più umano e, forse, di più terribile: non dimenticare. Non domandò ricchezza. Non domandò gloria. Chiese che quel dolore, nato dall’amore, potesse continuare a vivere con lui, dentro di lui. Apollo ascoltò la sua richiesta e trasformò Ciparisso in un albero sempreverde, simbolo della memoria. Da allora, racconta il mito, Ciparisso vive nella forma di quell’albero. Verde mentre tutto intorno cambia. Immobile mentre gli uomini passano. Con le radici strette alla terra e i rami rivolti verso il cielo. Il cipresso diventa così il simbolo di ciò che resta dopo ogni fine terrena. Perché ci sono amori, dolori e ricordi che nemmeno il tempo riesce a consumare. E quando si arriva a Fontegreca, dove il cipresso non è soltanto un albero ma un’intera foresta, mentre il Sava scorre tra le rocce, è facile lasciarsi suggestionare dal fascino di questo racconto antico. Soprattutto quando la luce si insinua tra le chiome e si distende sui tronchi, disegnando ghirigori sul terreno, mentre l’acqua continua il suo viaggio senza sosta.
LE LEGGENDE – UN PASTORE RACCONTA:”SI STACCO’ UNA GRANDE ROCCIA CHE ALLA VISTA DEI BAMBINI CHE NON AVEVANO UNA VIA DI FUGA, SI ARRESTO’ MIRACOLOSAMENTE
Di leggende locali ne abbiamo scovate due, entrambe legate ai dintorni del medesimo luogo. Cominciamo dalla prima.Secondo la tradizione, alcuni monaci giunsero tra queste montagne e vi edificarono una prima cappella, accanto a una grotta nascosta nella roccia: la Grotta della Madonna. Ma perché proprio questo luogo? Perché, secondo il racconto tramandato nei secoli, sarebbe stato qui che un pastore — o forse una pastorella — avrebbe ritrovato un’immagine della Vergine Maria. Attorno a quella piccola immagine sarebbe sorto dunque un luogo di preghiera, raccolto e appartato, protetto dalla montagna. Ma le leggende non terminano qui. Si racconta che, un giorno, due bambine fossero intente a giocare nei pressi del luogo sacro quando, improvvisamente, dalla montagna si staccò un enorme masso, grande — dice la leggenda — quanto una casa. La roccia prese a rotolare verso di loro, acquistando velocità. Le bambine non avevano più una via di fuga. Ma, improvvisamente, il masso si arrestò. Quando le due bambine, ancora stupefatte, alzarono gli occhi, davanti a loro sarebbe apparso il volto della Madonna. E quel grande masso, raccontano ancora oggi, sarebbe rimasto lì a custodire il ricordo di quel prodigio. Ma ora lasciamo per un momento le leggende e torniamo alla storia. Tra i cipressi e le pieghe della montagna, il tempo ha lasciato tracce profonde della presenza degli uomini. Le vestigia delle antiche celle testimoniano la vita appartata dei monaci che, per secoli, cercarono in questo luogo silenzio, preghiera e solitudine. La chiesa che oggi accoglie i visitatori appartiene invece alla ricostruzione seicentesca e conserva ancora le sue antiche maioliche, insieme alla memoria di una lunga storia di fede. Così, tra una grotta, una roccia e un’immagine della Vergine, la tradizione ha intrecciato nei secoli il sacro alla montagna. E la Cipresseta, con i suoi alberi antichi e il suo silenzio, sembra ancora custodire quelle storie. Ciparisso chiede di non dimenticare. I cipressi continuano a farlo. La roccia conserva il mistero. La grotta trattiene la leggenda. Il santuario custodisce la fede. Gli alberi rivelano il tempo. E il tempo, a sua volta, contiene gesti antichi, abitudini e consuetudini che passano di mano in mano, dal passato al presente, come l’acqua di un torrente. La memoria di un territorio non vive soltanto nelle pietre e nelle leggende: vive anche nei gesti quotidiani. E a Fontegreca quella memoria non è solo nel paesaggio e nelle storie tramandate ma arriva fino alla tavola, passando attraverso le mani e diventando “laina”, un formato di pasta fresca fatto in casa, tipico della tradizione contadina del Matese e del basso Lazio. E, quella memoria, diventa anche polenta con il mais autoctono che cresce a Fontegreca.
IL PRODOTTO TIPICO – LA “LAINA”: QUELLA PASTA FATTA A MANO CHE CONSERVA L’IMPRONTA DEI GESTI ANTICHI
Farina, acqua e sale. Tre ingredienti semplici. Eppure, dentro quella semplicità, respira una storia intera. La sfoglia viene lavorata con pazienza, stesa a mano e infine tagliata in strisce larghe e rustiche, conservando l’impronta di gesti antichi. La bellezza della laina risiede proprio nella sua irregolarità: ogni sfoglia porta con sé qualcosa delle mani che l’hanno preparata, lontana dalla perfezione uniforme della produzione industriale. È il segno stesso della sua autenticità. La laina è un gesto del tempo. Se nel cipresso la memoria diventa visibile, qui la memoria diventa assaporabile, sondabile dal palato. A Fontegreca la leggenda si lega alla roccia, la fede al santuario, l’acqua alla montagna, la tradizione alle mani. E quella stessa memoria passa anche attraverso la terra. Tra i tesori che Fontegreca continua a custodire c’è infatti anche un antico mais autoctono, memoria di una tradizione agricola che affonda le radici nella cultura contadina del paese. Un seme che attraversa le generazioni e racconta, ancora una volta, il legame profondo tra la terra, le mani degli uomini e il tempo. Da quel mais nasce anche la polenta, piatto della tradizione di Fontegreca. Un piatto semplice, caldo, autentico. Il seme diventa farina. La farina diventa polenta. E ciò che la terra ha custodito ritorna sulla tavola. Così, a Fontegreca, la memoria non appartiene soltanto al passato. Continua a vivere. Vive nella roccia e nell’acqua. Nelle leggende e nella fede. Nelle mani che impastano la laina e nei semi che ancora attraversano le generazioni. E i cipressi, fedeli custodi di questo paesaggio, continuano a stare lì, al centro di tutto: con le radici nella terra e le chiome rivolte verso il cielo.

