Piedimonte Matese. Nella vita arriva sempre un momento in cui bisogna voltare pagina. Non necessariamente perché una storia sia finita, ma perché è giunto il tempo di chiudere un capitolo e concedersi il privilegio di guardare avanti, magari con la serenità di chi sa di aver dato tanto. Del resto, la vita è proprio come un libro: fatto di pagine da scrivere, capitoli da attraversare e storie che, anche quando sembrano concludersi, continuano a vivere nella memoria di chi le ha condivise.
Per il dottor Antonio Cantelmo, dirigente medico e responsabile del Pronto Soccorso, quel momento arriverà il prossimo 31 ottobre, quando lascerà il servizio per raggiungere il meritato traguardo della pensione. Un semplice saluto, il suo, senza clamore, quasi a voler rispettare fino in fondo quel modo di essere che lo ha accompagnato per tanti anni. Ma dietro la semplicità di un commiato si nasconde una storia professionale e umana che merita di essere raccontata.
Dal 2009 in Pronto Soccorso, il dottor Cantelmo è stato molto più di un medico. È stato una vera sentinella, una presenza costante, un riferimento per colleghi e pazienti, un uomo che ha fatto della disponibilità e della competenza gli strumenti quotidiani di un lavoro tanto delicato quanto difficile. In un luogo dove il tempo spesso si misura in secondi, dove ogni decisione può fare la differenza e dove la sofferenza arriva senza preavviso, esserci non significa soltanto svolgere il proprio compito. Significa assumersi una responsabilità, mantenere la lucidità, saper ascoltare e, soprattutto, non dimenticare mai che dietro ogni emergenza c’è una persona.
E lui, in tutti questi anni, c’è stato.Con il suo carattere inconfondibile, a tratti rumoroso, con quella voce che non sempre passava inosservata e quella schiettezza che appartiene a chi non ama troppi giri di parole. Ma anche, e soprattutto, con un cuore grande. Perché dietro i modi talvolta bruschi si è sempre riconosciuta una generosità autentica, quella che non ha bisogno di essere ostentata e che si manifesta nei gesti, nella presenza, nella capacità di esserci quando serve davvero.
In un Pronto Soccorso, dove la tensione è spesso compagna di ogni turno e le difficoltà non concedono pause, il valore di un professionista non si misura soltanto dai titoli conseguiti o dalle competenze maturate. Si misura anche dalla capacità di tenere insieme rigore e umanità, rispetto delle regole e attenzione alle fragilità, fermezza nelle decisioni e disponibilità verso chi soffre. Cantelmo ha cercato di fare proprio questo, mettendo sempre il paziente al centro, nel pieno rispetto delle regole e della responsabilità che il suo ruolo comportava.
Il suo percorso formativo racconta una preparazione ampia e articolata: la laurea in Medicina e Chirurgia conseguita presso l’Università Federico II di Napoli, la specializzazione in Psicologia Clinica e Psichiatria conseguita a Roma e quella in Medicina d’Urgenza conseguita a Napoli. Un bagaglio di conoscenze che si è tradotto in anni di attività e responsabilità, fino a ricoprire il ruolo di dirigente medico presso l’UOC di Medicina Interna e di dirigente responsabile dell’UO Pronto Soccorso.
Ma sarebbe riduttivo raccontare Cantelmo soltanto attraverso il suo curriculum. Perché alcune delle qualità che più lo hanno contraddistinto non si imparano sui libri e non si acquisiscono con una specializzazione. Si ricevono, spesso, molto prima di indossare un camice.
Nel suo caso, quelle radici affondano nella famiglia, negli insegnamenti di un padre bravo e stimato sarto e di una madre contadina. Due figure umili, laboriose, che gli hanno trasmesso il senso del sacrificio, la dignità del lavoro e, soprattutto, il rispetto per gli altri. Valori che lui ricorda con orgoglio, quasi a voler ribadire che il proprio percorso non è mai stato soltanto una conquista individuale, ma anche il frutto di un’educazione ricevuta e mai dimenticata.
«Mi sono fatto da solo, ma con gli insegnamenti dei miei genitori, che mi sono stati vicini e hanno assecondato le mie scelte professionali e umane», ama ripetere. E quando parla di loro, la voce si fa più intensa, l’emozione affiora. «Mi hanno insegnato il rispetto per gli altri, a maggior ragione verso le persone bisognose, quelle che soffrono».
Parole che, pronunciate da chi ha trascorso decenni accanto alla sofferenza, acquistano un significato particolare. Perché non restano dichiarazioni di principio: diventano il racconto di una vita professionale vissuta a contatto con la fragilità umana, con le paure dei pazienti, con l’ansia dei familiari, con quelle situazioni nelle quali il medico è chiamato a essere competente, ma anche presente, comprensivo, umano.
È forse proprio qui che si ritrova il senso più profondo della sua storia. In quella capacità di portare dentro l’ospedale gli insegnamenti ricevuti fuori, in una famiglia semplice, dove il lavoro era fatica e responsabilità e il rispetto non rappresentava una formalità, ma una regola di vita.
Il 31 ottobre, dunque, si chiuderà un capitolo importante. Il Pronto Soccorso perderà una presenza professionale di lunga esperienza, un riferimento costruito giorno dopo giorno, attraverso il lavoro e la continuità. Ma il vuoto che lascia non sarà soltanto organizzativo o professionale. Sarà anche umano, perché certe persone finiscono per diventare parte della quotidianità di un luogo, delle sue abitudini, delle sue dinamiche, persino delle sue contraddizioni.
E quando se ne vanno, ci si accorge che la loro presenza era molto più importante di quanto si riuscisse a dire mentre erano ancora lì.
Cantelmo saluterà tutti con semplicità, senza cercare riconoscimenti solenni. Forse è proprio questo il modo più autentico di congedarsi: lasciare che siano gli anni di lavoro, i rapporti costruiti e i ricordi condivisi a parlare per noi.
Adesso lo attende un tempo diverso. Un tempo finalmente senza turni da affrontare, senza emergenze da gestire, senza la responsabilità quotidiana di un reparto che non conosce soste. Un tempo da dedicare a sé stesso, agli affetti e a tutto ciò che il lavoro, con le sue urgenze, ha inevitabilmente lasciato in secondo piano, forse ad attenderlo ora c’è la bicicletta la sua passione di sempre.La pensione, in fondo, non è una resa né una fine. È il diritto, guadagnato con gli anni, di rallentare il passo e concedersi una nuova libertà.E allora, caro dottor Cantelmo, è davvero l’ora di voltare pagina. Ma non tutte le pagine si chiudono allo stesso modo. Alcune si archiviano, altre si dimenticano. Quelle che raccontano una presenza autentica, invece, restano.Restano nei colleghi che hanno condiviso turni difficili, nelle persone che hanno trovato una risposta, un aiuto o semplicemente qualcuno disposto a esserci. Restano nel ricordo di un medico che, con il suo carattere deciso e il suo cuore generoso, ha attraversato per tanti anni uno dei luoghi più complessi della sanità.
Perché alla fine, quando si spengono le luci di un ufficio e si consegnano le chiavi di un ruolo, ciò che conta davvero non è la scrivania che si lascia, ma l’umanità che si è saputo portare con sé e trasmettere agli altri.E se è vero che ogni libro ha un’ultima pagina, è altrettanto vero che non tutte le storie finiscono quando si chiude il volume.
Buona pensione, dottor Cantelmo. Il servizio finisce, il camice può essere riposto, ma il bene seminato negli anni non va in pensione. Resta, silenzioso e prezioso, nella memoria di chi ha avuto la fortuna di incontrarla.

