Lorenzo Applauso|La fotografia scattata dal Dossier Regionale sulle Povertà in Campania presentato dalla Caritas a Caserta è di quelle che non si possono ignorare. Non solo perché proviene da fonti ufficiali – Istat, Eurostat, Ministero della Salute, Agenas, Gimbe – ma perché è attraversata dalle voci concrete dei Centri di Ascolto sparsi nelle 21 diocesi campane. È un’immagine nitida, dolorosa: la Campania resta la regione con i livelli più alti di povertà in Italia, con tassi di occupazione inferiori sia alla media nazionale sia a quella europea e un processo di spopolamento delle aree interne che non accenna a fermarsi.Dentro questa cornice cupa c’è un nodo che pesa più di tutti: la disuguaglianza nell’accesso ai servizi sanitari. È qui che la povertà diventa disperazione, e la fragilità si trasforma in rinuncia. Sempre più persone indigenti scelgono di non curarsi, schiacciate da liste d’attesa interminabili e da costi che un reddito precario – o una pensione modesta – non riesce più a sostenere.Il paradosso colpisce anche chi, dopo una vita nel pubblico impiego, si ritrova classificato come “benestante”. Un benessere sulla carta, perché poi nella realtà ci si scontra con la negazione del diritto più elementare: quello alla cura. Un cristallino da sostituire diventa un miraggio se affrontato nel sistema pubblico, con attese di mesi; nel privato, in pochi giorni si risolve tutto, purché si possa pagare. Le gocce oftalmiche costano venti euro a confezione, durano poco e spesso finiscono nella spazzatura a metà. È la normalità di chi deve scegliere se vedere… o risparmiare.E che dire dei denti? L’odontoiatria è ormai una frontiera proibita per molti anziani, costretti a rinunciare perfino alla dignità di masticare. Gli impianti sono inaccessibili, il “turismo sanitario” verso l’Est non conviene più e, se sopraggiungono altri problemi di salute, le spese mensili diventano semplicemente insostenibili.Nel frattempo, il sistema sanitario pubblico si dilata per garantire cure gratuite a tutti – anche a chi arriva senza documenti – ma con risorse che restano sempre le stesse. E così la coperta, già corta, non basta più: tirata da un lato, lascia scoperti milioni di cittadini che hanno pagato contributi per decenni e che oggi si sentono abbandonati.La soluzione? È più semplice di quanto sembri, eppure più difficile da realizzare: riportare la sanità al centro, davvero. Investire nelle strutture pubbliche, accorciare le liste d’attesa, sostenere i fragili, rimodulare il sistema di esenzioni per chi, pur non essendo “povero” secondo le statistiche, è povero nei fatti. Ridare giustizia, prima ancora che cure.Perché non è vero che siamo diventati un Paese troppo povero per curare tutti. Siamo diventati un Paese che cura male, e cura tardi. Secondo indiscrezioni delle ultime ore Fico terrebbe per se la delega alla sanità, ammesso che riesca a fare la Giunta. La sanità in mano a Fico.Pensate un po’.

