Lorenzo Applauso|Se a nord c’è la città che scompare, Civita di Bagnoregio, nel cuore della Tuscia, il Sud non è da meno. Qui non si perde una città, ma nasce e svanisce un lago. Motivi diversi, stessa magia: la bellezza che non si lascia afferrare, che vive nel tempo di una stagione e poi si ritrae, come un segreto sussurrato dalla natura. Siamo nel cuore del Parco Regionale del Matese, dove il paesaggio sembra disegnato più dall’immaginazione che dalla geografia. E invece è tutto vero. La natura qui sembra essersi fermata, immobile e solenne, ma è proprio questa immobilità apparente a rendere il luogo straordinariamente suggestivo. Come tutte le cose belle, però, anche questa meraviglia dura poco. Il teatro di questo fenomeno è il vasto pianoro di Campitello Matese, incastonato tra i Monti del Matese a circa 1.450 metri di altitudine. Durante i mesi invernali, quando l’accumulo di neve e le abbondanti piogge superano la capacità di assorbimento del terreno, accade qualcosa di sorprendente. In condizioni normali l’acqua viene rapidamente inghiottita dal sottosuolo carsico, ma il gelo e la saturazione dei suoli rallentano il naturale drenaggio. Così, quasi all’improvviso, il pianoro si trasforma.
Nasce un lago. Un bacino temporaneo che non ha argini né dighe, ma solo il silenzio delle montagne intorno. Un lago stagionale che muta il volto del paesaggio e lo trasforma in un’ampia distesa d’acqua, specchio del cielo e delle vette circostanti. Nei periodi di massima estensione può raggiungere dimensioni sorprendenti: circa tre chilometri di lunghezza e un chilometro e mezzo di larghezza, per una superficie complessiva stimata di 4,5 chilometri quadrati. Numeri importanti per un lago che non è destinato a durare. E proprio questa sua natura effimera ne accresce il fascino e il valore paesaggistico e ambientale. Non a caso, in molti lo considerano il “quinto lago” dei Monti del Matese, dopo il Lago del Matese, il Lago di Gallo, il Lago di Letino e la diga di Guardiaregia, ora svuotata. Poi, con l’arrivo della primavera, l’acqua lentamente scompare, riassorbita dal sottosuolo, e il pianoro torna quello di sempre. Resta il ricordo, e la consapevolezza di aver assistito a uno di quei rari spettacoli che la natura concede senza clamore, a chi ha il privilegio e la pazienza di arrivare al momento giusto
FOTO DI GINO FIDANZA.

