Lorenzo Applauso|C’è un filo sottile che tiene insieme le istituzioni di un Paese democratico: il rispetto della volontà popolare. Non è un dettaglio formale, non è una clausola tra le tante. È il fondamento. Eppure, da più parti — dai piccoli centri fino ai palazzi romani — quel filo sembra logorarsi sotto il peso di polemiche, ricorsi e contrapposizioni che poco hanno a che fare con il merito delle questioni.
In una democrazia compiuta il popolo è sovrano. Lo dice la nostra storia repubblicana, lo afferma la nostra coscienza civile prima ancora delle norme. E quando gli elettori si esprimono, scegliendo una maggioranza e consegnandole il governo del Paese, quel verdetto dovrebbe essere il punto di partenza, non l’innesco di una guerriglia permanente.Oggi la maggioranza che guida l’Italia — espressione di un voto chiaro — è nel mirino quotidiano delle opposizioni. È fisiologico, persino salutare, che vi sia controllo, critica, proposta alternativa. Ma quando il confronto si riduce a schermaglie sterili, a un “no” pregiudiziale, a un ostruzionismo che appare fine a sé stesso, la dialettica democratica perde spessore. Non si indebolisce il Governo: si indebolisce la credibilità delle istituzioni agli occhi dei cittadini.
Il ruolo dell’opposizione è nobile e indispensabile. È stimolo, è vigilanza, è proposta. Ma deve essere esercitato con contenuti, competenza, visione. Non con il “bla bla bla” che alimenta solo rumore. Perché la politica non è un’arena dove conta prevalere sull’altro a ogni costo; è uno spazio dove si dovrebbe cercare il bene comune, anche quando si è su fronti opposti.
Il problema è che questo clima non resta confinato nei corridoi del potere. Si riflette nelle assemblee di condominio, nelle associazioni, nelle pro loco dei nostri paesi. Anche lì, troppo spesso, la maggioranza dei votanti viene messa in discussione con ricorsi ad oltranza, esposti anonimi o firmati, contestazioni infinite. Se non vinco con i voti, provo a ribaltare il risultato in altro modo. È un’abitudine pericolosa.
E allora viene da chiedersi: era forse meglio quando si governava senza un mandato popolare diretto? Quando esecutivi nascevano da alchimie di palazzo, lontani dalle urne? Ci siamo già passati. E non è stata una stagione esaltante per la fiducia dei cittadini.
La democrazia non è solo il diritto di votare; è anche il dovere di accettare l’esito del voto, persino a malincuore. Significa riconoscere che chi ha ricevuto il mandato governa, e chi non lo ha ricevuto controlla e propone, senza sabotare. È una disciplina civile prima ancora che politica.
Se questo principio vacilla, se la volontà popolare viene calpestata ogni volta che non coincide con le nostre preferenze, allora sì, c’è motivo di essere preoccupati. Perché la sovranità del popolo non è uno slogan da evocare quando conviene. È una responsabilità collettiva.
Io sono preoccupato. E voi?

