Lorenzo Applauso| C’è qualcosa di speciale, e insieme di profondamente inquieto, nelle sere come questa. La Nazionale italiana di calcio scende in campo contro la Nazionale di calcio della Bosnia ed Erzegovina con un obiettivo chiaro: prendersi, a ogni costo, il pass per il prossimo Mondiale in America. Non è solo una partita. È un passaggio, forse decisivo, per il futuro del nostro calcio.
A un quotidiano locale, in fondo, interessa proprio questo: il sentimento della gente. L’attesa, la speranza, quella tensione che si respira nelle case, nei bar, nelle piazze. Perché questa non è una gara qualsiasi. È una di quelle che ti tengono fermo davanti alla televisione, con il cuore sospeso e la voglia, già pronta, di esplodere in festa.
Sarà una gara difficile? Sì, sempre, quando devi vincere per forza. Non esistono partite semplici quando il risultato è un obbligo. E chi ha qualche anno in più non può fare a meno di tornare con la memoria a notti storte, a eliminazioni che hanno lasciato cicatrici. Il ricordo corre inevitabilmente a quella maledetta Italia-Corea che ci sbatté fuori dal Mondiale, una ferita che ancora oggi riaffiora nei momenti decisivi.
Nessun paragone, per carità. Ma un filo di timore resta. Il campo, forse piccolo, forse pesante. I bosniaci che si sono preparati persino nel fango. Uno stadio compatto, caldo, con il pubblico addosso — pochi posti, ma tanta pressione, tra spalti, finestre e balconi. E poi loro: fisici, aggressivi, pronti alla provocazione. Lo dicono anche i numeri, con le ammonizioni che non mancano mai. Una squadra che gioca sul limite, e a volte oltre.
Ecco perché servirà lucidità. Non cadere nelle provocazioni, non perdere la testa. Giocare come sappiamo, con qualità e intelligenza. Come fosse una finale, ma con il cervello libero.
Perdere, stavolta, significherebbe troppo. Sarebbe la terza esclusione mondiale: una beffa nella beffa, un colpo durissimo per tutto il movimento. Non possiamo permettercelo.
Abbiamo tecnica, abbiamo talento. Ma servirà concretezza: segnare presto, indirizzare la partita, chiuderla senza lasciare spazio a sorprese.
E allora sì, possiamo dirlo. Noi ci crediamo. Ci crediamo davvero. Perché queste sono le sere in cui si soffre, si stringono i denti, ma alla fine — se tutto va come deve andare — si esce di casa, si riempiono le piazze e si torna a festeggiare insieme.
Poi, il Mondiale sarà un’altra storia. Ma intanto, un passo alla volta. Stasera si stacca il biglietto. Il resto verrà.

