ELENA ITALIANO|Raviscanina. Parte il countdown per l’attesissimo concerto di Rosario Miraggio sabato 22 agosto in piazza Quattroventi a Raviscanina. L’ evento – inserito nella festa dell’agricoltura e organizzato dall’associazione IVentiLab con il patrocinio del comune di Raviscanina – richiamerà in paese tutto l’alto casertano. E non solo. A Raviscanina c’è grandissimo fermento per l’appuntamento che vedrà il cantautore napoletano protagonista di una serata spettacolare. Rosario Miraggio è difatti un artista molto apprezzato. Lui è uno di quei cantautori che riesce in qualcosa di raro: mettere d’accordo persone con background profondamente diversi. La sua musica, infatti, è capace di attraversare generazioni e ambienti differenti in maniera trasversale sconfiggendo quel “pensiero”- fortunatamente limitato solo a una parte della cultura italiana – che tende a considerare la musica neomelodica “destinata” ai soli appassionati del genere. La sua grande capacità di cantare ciò che – almeno una volta nella vita – abbiamo provato, sentito, interiorizzato è una forza che rivela la sua potenza artistica consentendo alla narrazione del sentimento di accedere alla dimensione dell’universalità. Basta ascoltare con attenzione uno dei brani più intensi del repertorio di Rosario Miraggio, “Come vivi tu” per comprendere la portata universale dei suoi testi. Analizziamone velocemente qualche breve passaggio. Dopo aver narrato di un tormento esistenziale, dovuto ad un amore intenso, “finito” – ad un certo punto – Miraggio canta: “Mo ca l’inferno esiste e o diavolo si tu.” Vale la pena soffermarsi. Qui l’inferno smette di appartenere alla teologia e diventa esperienza umana palpabile. Non è più il luogo della dannazione ultraterrena. È il nome che assume il dolore quando la persona che amiamo se ne va portando via con sé la nostra pace. Miraggio costruisce un’equazione simbolica, laddove l’inferno coincide con l’esperienza del dolore amoroso e il “diavolo” assume il volto della persona amata. In questo scenario, l’inferno diviene la dimensione stessa della dannazione esistenziale dovuta alla perdita della propria pace. Pochi versi dopo, arriva un’immagine ancora più potente: “Ho capito che il tuo paradiso era un modo per farmi morire quaggiù.” La canzone qui approda alla filosofia del sentimento. Il paradiso – simbolo universale della salvezza – diventa il mezzo attraverso cui sentire la dannazione. È un capovolgimento simbolico di straordinaria forza narrativa. L’amore – da redenzione – diviene condanna. È un meccanismo che appartiene alla grande tragedia classica. La letteratura ha raccontato innumerevoli volte il paradosso secondo cui proprio ciò che ha la forza di “salvarci” possiede anche il potere di distruggerci quando viene meno la sua presenza. La canzone prosegue. “Anche l’odio che mi fai provare, per vendetta non lo posso usare.” Questo passaggio è superlativo. La carica espressiva di queste parole è immensa. L’odio, normalmente, diventa l’arma di chi è stato ferito. Qui invece viene dichiarato inutilizzabile. Perché? Perché quando l’amore è autentico perfino il rancore fallisce nel trasformarsi in vendetta. L’amore – quando è amore – ha la forza di sabotare l’odio. Ci troviamo dinanzi a una “guerra” dell’anima: due emozioni opposte convivono nello stesso cuore, ma una delle due si rifiuta di “sparare”. L’odio – sentimento potentissimo da cui sono scaturite nella storia finanche le guerre – qui non ha efficacia alcuna, diviene inutile. Perché inutilizzabile. Ma, forse, il momento più alto dell’intero brano risiede qui. “E si sapesse ca nun te cercasse cchiù… facesse pace ch’e penzieri… ma nunn’è over… io nun me crero…” Qui Rosario Miraggio compie qualcosa di rarissimo. Di straordinario. Non canta “non TI credo”. Canta “non MI credo”. La differenza è enorme. L’ “inaffidabile” non è l’altro. È – paradossalmente – il proprio cuore. Chi ha amato davvero conosce questa sensazione. Si promette a se stessi che è finita. Si decide di cancellare numeri, di non scrivere più, di non telefonare più, di smettere di aspettare un messaggio. La ragione firma quell’accordo. Ma il cuore si comporta come il più ribelle dei ribelli. Nasce così una delle fratture più profonde dell’esperienza umana. La mente può anche credere alle intenzioni, può anche credere di resistere alle tentazioni. Ma il cuore obbedisce a leggi altre. Ed è per questo motivo che canta: “io non mi credo”. Sa che domani potrebbe cercarla ancora. Sa che potrebbe “ricadere”. Quando si ama in maniera tormentata, nello stesso cuore, convivono due tensioni opposte: una decide sul terreno della razionalità e una trae linfa continua dal magma dell’emotività. Ma se la prima decide di firmare gli addii, la seconda li tradisce. Molti critici della musica neomelodica continuano a confondere la semplicità del linguaggio con la semplicità del pensiero. Ma sono due concetti completamente diversi. I grandi sentimenti non parlano necessariamente la lingua dell’accademia. Parlano nei dialetti. Nei vicoli. Nelle canzoni ascoltate a volume alto durante un viaggio. Parlano anche lì dove la vita non viene studiata. Ma viene vissuta. E quando una canzone riesce a raccontare con tanta forza il conflitto eterno che si consuma tra ragione e sentimento, tra orgoglio e desiderio, allora smette di appartenere a un genere musicale. Diventa arte. Diventa “letteratura” delle emozioni. Diventa mappa della geografia sentimentale. Perché la poesia nasce ogni volta che qualcuno trova le parole giuste per raccontare ciò che milioni di persone hanno provato nel loro intimo senza mai riuscire a esprimerlo con la stessa intensità passionale. Blaise pascal – filosofo francese del 1600 – scrisse del dissidio interiore utilizzando le seguenti parole: “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non comprende” . E quello stesso conflitto interiore, ancora oggi, continua ad essere raccontato. Certo, con modalità espressive nuove. Ma immortale e immutato resta il luogo da cui sgorgano le parole che descrivono il tormento della passione. Da Omero a Shakespeare, da Leopardi alla canzone d’autore, cambiano le epoche, cambiano le forme, cambiano le lingue. Ma il cuore continua a raccontare sempre la stessa storia. E, quando qualcuno riesce a trovare le parole giuste, poco importa se lo fa in un sonetto, in un romanzo o in una canzone: quelle parole sono destinate a diventare arte imperitura.

