Angela Giordano|I passi sulla sabbia bagnata non fanno rumore. C’è solo il ritornello sordo della risacca che va e viene, regolare come un polso sano.
Sotto l’ombrellone chiuso, la penombra profuma di salsedine e crema solare vecchia. Marta, le ginocchia contro il petto, guardava il mare senza cercarci nulla in particolare, solo la linea piatta dove l’azzurro marciva in grigio. A trentacinque anni pensava che certe cose non succedessero più. Pensava che la vita fosse semplicemente un insieme di stanze bene illuminate, fogli excel, aeroporti a tarda notte e caffè amari presi in piedi nelle stazioni service di mezza Europa.
Per sei anni era stato così. Sei anni da quando aveva chiuso le valigie a Milano per salire su un volo diretto a Londra, mentre lui restava a terra con la giacca sulle spalle e le mani affondate nelle tasche dei jeans. Non si erano detti niente di solenne. Nessuna promessa da romanzo. Solo un «Fai buon viaggio» e un cenno della testa. Il lavoro inghiotte tutto se glielo permetti, e loro glielo avevano permesso.
Poi c’era questo sabato di fine luglio. Un bagni stile anni Ottanta con le sedie a sdraio a righe rosse e bianche, un bar che vendeva granite al limone con troppi coloranti e il vento caldo che faceva vibrare i lembi delle tende.
«Ti serve una mano con il lettino?»
La voce arrivò da dietro, bassa, graffiante intorno ai bordi. Non era la voce di uno sconosciuto, anche se la memoria gioca brutti scherzi quando non la stuzzichi da un pezzo.
Marta si girò piano. Il sole le arrivò addosso tagliandole la vista, costringendola a mettere una mano a visiera sulla fronte.
Lui era lì. Maglietta bianca consunta sui bordi, i capelli più corti di come li ricordava e rughe sottili attorno agli occhi che prima non c’erano. Aveva un sacchetto di plastica della spesa in una mano e due bottiglie d’acqua minerale nell’altra.
«Non sapevo venissi ancora qui» disse lui. Non sorrideva, ma gli occhi avevano quella strana luce secca di quando era sorpreso.
«Nemmeno io» rispose lei. «Mia sorella mi ha prestato la casa per il weekend. Diceva che avevo la faccia stanca.»
Marco annuì. Appoggiò le bottiglie sulla sabbia, accanto al palo dell’ombrellone. Si mise a sedere sul bordo dell’altra sdraio, senza chiedere il permesso, ma senza neanche occupare troppo spazio. Con il pollice cominciò a togliere una striscia di etichetta dalla bottiglia.
«Hai ancora quella cicatrice sul labbro» disse lei.
«E tu hai smesso di fumare.»
«Da tre anni.»
«Brava.»
Rimasero in silenzio per un po’. Intorno a loro, la spiaggia viveva la sua vita rumorosa e distante: bambini che urlavano rincorsi dalle madri, il fischietto di un bagnino in lontananza, il tonfo ritmico di un pallone da pallavolo al di là della passerella di legno. Ma dentro il raggio d’ombra del loro ombrellone il tempo sembrava essersi fermato, o comunque muoversi a una velocità differente, più lenta e pesante.
«Com’era Londra?» chiese lui.
«Piovosa. Veloce. Piena di gente che corre per andare da nessuna parte.»
«Potevi chiamare.»
«Anche tu.»
Marco guardò il mare, poi si passò una mano sul collo. «Non sapevo cosa dirti, Marta. Le prime settimane pensavo: ora la chiamo. Poi è passato un mese. Poi sei mesi. Dopo un anno mi sembrava ridicolo telefonare per chiedere ‘come stai?’. Certe cose se le lasci raffreddare troppi giorni diventano dure come il cemento.»
«Lo so» disse lei softly. «Si perde il filo.»
«Già. Si perde il filo.»
Tra di loro c’erano quaranta centimetri di sabbia rovente e sei anni di decisioni prese senza consultarsi. Lei pensò al suo appartamento a Kensington, al silenzio perfido delle sue sere, a quanti uomini aveva incontrato dopo di lui senza mai trovare qualcuno che sapesse esattamente come le piaceva il caffè la mattina o come fare per farla calmare quando la testa le girava a vuoto.
«E adesso?» chiese lei.
«Adesso cosa?»
«Che ci fai qui, Marco?»
Lui tirò fuori dalla tasca del costume un guscio di vongola levigato dal mare, bianco e perfettamente tondo. Lo girò tra le dita un paio di volte prima di lasciarlo cadere nella mano aperta di Marta. Il contatto tra le loro pelli durò mezzo secondo, ma fu come toccare una presa scoperta.
«Abito a due chilometri da qui» disse lui semplicemente. «Ho aperto un piccolo studio d’architettura con un socio. Guadagno la metà di prima, ma dormo la notte.»
Lei guardò il guscio nel suo palmo. Era freddo.
«Io sono tornata» disse Marta. «Ho chiesto il trasferimento a Roma la settimana scorsa. Mi sono stancata di correre.»
Marco non si mosse. Si limitò a guardarla negli occhi, con quella sua solita espressione pulita, disarmata, che un tempo le faceva battere il cuore contro le costole come un uccello in gabbia.
«Roma è vicina» disse lui.
«Sì. È abbastanza vicina.»
Il sole cominciò a calare, tingendo l’acqua di un arancione denso e scuro. La gente attorno a loro iniziava a raccogliere gli asciugamani, a chiudere le borse di paglia, a fare ritorno verso gli alberghi e gli appartamenti in affitto. I rumori della spiaggia si spegnevano a poco a poco, lasciando spazio solo alla risacca e al vento di sera che iniziava a rinfrescare l’aria.
Marco si alzò in piedi. Si scrollò la sabbia dai polpacci con due colpi secchi delle mani.
«Vado al bar a prendere due birre» disse. «Quelle buone, in bottiglia di vetro. Tu resti qui?»
Marta appoggiò la schiena alla sdraio, affondando i piedi nella sabbia calda sotto la superficie. Si lasciò sfuggire un piccolo sospiro che le sciolse le spalle.
«Resto qui» disse. «Non vado da nessuna parte.»
Lui fece un cenno leggero con la testa, si girò e s’incamminò verso la passerella. Lei lo guardò camminare per qualche metro, poi chiuse gli occhi e ascoltò il rumore delle onde. Per la prima volta dopo tanto tempo, non c’era nessun aereo da prendere.
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