Elèna Italiano. Qui, a Baia Latina, su un’altura dell’Alto Casertano, dove il cielo sembra più vicino, un antico mistero respira tra mura medievali, intrise di fascino cavalleresco. Ed è proprio una storia suggestiva, tramandata ancora oggi attraverso la tradizione orale, a costituire il cuore pulsante della presente narrazione. E così, alzando lo sguardo, possiamo scorgere subito il fulcro attorno al quale si dipana la nostra narrazione. Eccola lì, la Torre dell’Astrologo. Costruita in posizione elevata, per guardare lontano. Per accorgersi in tempo del pericolo, prima che potesse tramutarsi in una minaccia incombente, troppo difficile da contrastare. E non è forse interessante
constatare che proprio la torre, sulla scacchiera, incarni la stessa vocazione difensiva? La torre degli scacchi si muove lungo file e colonne, sempre in linea retta. Non ha bisogno di avvicinarsi per esplicare la sua forza. Finché nulla osa interrompere il suo sguardo, tutto ciò che si trova davanti a lei appartiene alla sua possibilità di agire. È una forma di potere dal fascino decisamente criptico e, per ciò stesso, particolarmente temibile. La torre rimane al suo posto e aspetta che sia il mondo, con le sue mosse, a entrare nella sua traiettoria d’azione. Due torri appartenenti a contesti diversi, ma accomunate dalla medesima funzione: vedere lontano per agire con solerzia. E, se questa torre era stata costruita per guardare oltre la valle e l’orizzonte, la tradizione racconta che, secoli e secoli fa, tra quelle stesse mura dimorasse un uomo capace di guardare altrettanto lontano. Non nello spazio, bensì attraverso il tempo.
LA LEGGENDA — IL SAGGIO CHE SCRUTA LE STELLE
Lui: il Saggio. Lui: l’astrologo. Lui: l’uomo della leggenda. Fermiamoci un momento su una parola: il Saggio. Dalla memoria collettiva il protagonista della nostra narrazione è proprio tramandato così: il saggio, l’astrologo. Ma i contorni tra astrologia e magia, qui, potrebbero essere più sfumati e i confini delle due discipline potrebbero incrinarsi. O, addirittura, fondersi. Perché, se è vero che l’astrologo, per sua natura, non cerca di piegare la realtà al proprio volere, dacché è suo precipuo compito osservare gli astri nel tentativo di intravedere, attraverso le loro geometrie, i codici dell’universo, il discusso ritrovamento di alcuni utensili all’interno della torre lascerebbe ipotizzare che questo Saggio non fosse soltanto un uomo dedito allo studio del cielo, ma forse anche uno studioso delle arti esoteriche. Ma questa circostanza noi possiamo soltanto ipotizzarla e non asserirla con certezza. I ritrovamenti appartengono infatti al patrimonio immateriale della tradizione orale e, allo stato attuale, non risultano documentati. Il dubbio, però, permane. Il nostro uomo del mistero chi era davvero? Era un astrologo? Un uomo che cercava di leggere il futuro attraverso la filigrana del presente, tra mappe celesti e astronomiche? Oppure era anche un mago? Un praticante di arti esoteriche, qualcuno la cui ambizione non si limitava alla comprensione dei codici dell’universo? Voleva leggere la realtà o voleva piegarla? Non possiamo saperlo. Ed è proprio questa impossibilità di una distinzione certa e netta a rendere il racconto, passo dopo passo, sempre più misterioso e affascinante. Di lui non conosciamo né il nome, né il volto, né l’età, né l’aspetto. Meno che meno conosciamo la sua voce. Possiamo però figurarcelo avvolto in una lunga tunica di velluto viola, consunta dal tempo, con morbidi capelli grigi che gli ricadono sulle spalle. Chissà quale impronta poteva lasciare il suo sguardo. Arcigno? Severo? Inquietante? O forse caratterizzato da vivacità e profondità, attitudini proprie di chi rifiuta di adagiarsi sulla superficie delle cose. Le sue mani potevano essere grandi, con le vene in rilievo, nodose, segnate dal tempo. Dita lunghe e affusolate, mosse lentamente sopra mappe celesti, pergamene e antichi strumenti di osservazione. Su una scrivania di legno: un astrolabio, una sfera armillare, un piccolo specchio, un calamaio e vecchie pergamene. Attorno a lui, la luce tremolante delle candele avrebbe potuto disegnare ombre sulle pareti della torre. Il Saggio
sarebbe stato capace di scorgere, tra le geometrie luminose delle costellazioni, sottili filigrane di storie ancora da vivere. Vicende destinate, un giorno, a materializzarsi nella Storia. E qui la leggenda si aggancia a un dato storico. Dal nostro Saggio sarebbe giunta anche Beatrice d’Aragona, figlia di Ferdinando I d’Aragona, re di Napoli, desiderosa di conoscere il proprio destino. Possiamo vederla mentre avanza verso la torre, con un portamento austero, eretto e fiero. Sale con passo deciso, un gradino dopo l’altro, mentre la sua figura si addentra sempre più nelle ombre della pietra, rischiarate dalla luce tremolante delle lanterne portate dai suoi accompagnatori di corte. Non sappiamo cosa potesse pensare mentre attraversava quelle mura, ma possiamo immaginarlo. Voleva conoscere il proprio destino. Voleva sapere se un giorno sarebbe diventata regina. Giunta davanti a una porta di legno, immaginiamo che sia proprio lei stessa a volerla aprire, precedendo nel gesto i suoi accompagnatori. La porta si apre. Al movimento segue un inaspettato scricchiolio del legno, che rompe il silenzio della torre. Oltre quella soglia, il protagonista della leggenda è lì. Fermo. Possente. Imperscrutabile. E i nostri occhi sembrano quasi vederlo. Il Saggio. Beatrice, ancora lontana dalla corona, si trova davanti all’uomo che dovrebbe presagirle ciò che ancora nessuno può conoscere. A questo punto il Saggio avrebbe cominciato a cercare, tra gli astri, il filo capace di condurre la conoscenza verso il futuro. Avrebbe quindi annunciato la profezia. Beatrice sarebbe diventata regina. Nel 1476 Beatrice d’Aragona fu incoronata regina d’Ungheria. Ed è forse proprio questa insolita convergenza tra dati storici e leggenda ad accentuare l’aura misteriosa della torre. (Sopra, in alto nella foto, la torre dell’Astrologo),
LA LEGGENDA NELLA LEGGENDA
Eppure, attorno alla figura del Saggio, esiste un’altra storia. Una leggenda nella leggenda. Una storia tramandata dalla tradizione orale. Nessun documento. Nessuna certezza. Si racconta che il Saggio avesse una figlia. E che la giovane si fosse innamorata di un uomo che abitava in un’altra torre. Non è dato conoscere la genesi di questa passione. Perché l’amore è imprevedibile. Arriva. Non chiede permesso. Non aspetta il momento giusto. Può nascere anche in una torre isolata, lontana da tutto. Non sappiamo chi fosse quell’uomo. Non sappiamo se quell’amore fosse contrastato o accettato. Non sappiamo quale destino avessero scelto per loro le stelle. E forse è proprio questo il mistero più affascinante. Di quell’amore non conosciamo la fine. E forse non dovremmo nemmeno cercarla. Perché un amore che attraversa i secoli, che sopravvive al tempo e continua a essere raccontato, in qualche modo, non è mai davvero finito. Sappiamo soltanto che, nella memoria orale, sono rimaste due torri. Due vite. E un amore. Un amore nato chissà sotto quale stella e che, ancora oggi, continua a vivere nel racconto di chi lo tramanda.
IL PRODOTTO TIPICO. IL MIELE E QUEL SALAME NERO
Come ormai è diventato parte del nostro format, dopo aver incontrato un luogo cerchiamo anche un prodotto tipico, o comunque una produzione che sappia raccontare
e caratterizzare il territorio che stiamo attraversando. A Baia e Latina abbiamo trovato il miele. Tra i campi in fiore delle verdeggianti e lussureggianti colline dell’Alto Casertano, le api fermano per qualche istante il loro volo, inseguendo di corolla in corolla i colori e i profumi di una terra generosa. Ed è qui che il filo del racconto torna a intrecciarsi con quello della torre. Perché così come la torre guarda la valle e il Saggio osserva le stelle, anche le sapienti e instancabili api osservano. Ma il loro cielo è la terra. E le loro stelle sono i fiori. Le api attraversano i campi, cercano il fiore, ne riconoscono colori e profumi, lo scelgono. E su quel fiore, quasi come su una pagina, cominciano a scrivere la propria storia. Il miele è il risultato di quel viaggio. Prende vita così il miele di acacia, il miele millefiori, il miele di castagno, perfino il miele di cipolla, il miele di trifoglio… Svariate tipologie di prodotto, cartina tornasole del viaggio di questi incredibili insetti operosi che, da millenni, ci deliziano con il frutto
del loro lavoro. Ma il viaggio attraverso i sapori di questa terra ci conduce anche verso un’altra memoria antica di Baia e Latina: il salame nero. E, come la torre ci aveva lasciato un mistero da contemplare, anche questo antico prodotto reca con sé una piccola domanda: perché “nero”? Forse per il suino nero casertano, dal cui manto scuro potrebbe derivare il nome; o, forse, per un’antica consuetudine norcina che voleva, talvolta, nell’impasto anche pezzi di fegato, capaci di rendere più cupo il colore dell’insaccato. Non possiamo stabilirlo con certezza. Dopo il mistero affidato alle stelle dal Saggio, eccone dunque un altro, assai più terreno, custodito questa volta nel segreto di un impasto. Ma una cosa è certa: nel 1960, il salame nero di Baia e Latina, fu segnalato da Luigi Veronelli, uno dei padri della cultura enogastronomica italiana. E così, lentamente, giunge al termine anche questa sosta del nostro viaggio. E, secondo voi, dove ci condurrà la prossima tappa? Vogliamo lasciarvi un piccolo indizio. Torneremo sui monti Trebulani, dove altre storie attendono ancora di essere scoperte, narrate e restituite alla memoria del presente. In viaggio con Casertasera prosegue il suo percorso alla ricerca di nuovi itinerari. Vamos!
(Per le foto: si ringrazia la Pro Loco di Baia e Latina e la Guida turistica del Matese).

