Lorenzo Applauso| Uno dei giornalisti che ho sempre ammirato di più è certamente Indro Montanelli. E proprio da una sua frase vorrei prendere spunto per entrare in un argomento che, forse, non sarà di importanza capitale per le sorti del mondo, ma che personalmente trovo tutt’altro che sciocco.Montanelli diceva ai suoi giornalisti: «Quando scrivete, pensate alle massaie di Cremona».Non era, naturalmente, un modo per prendere in giro le massaie e nemmeno per stabilire che a Cremona abitassero le depositarie della lingua italiana. Era, più semplicemente, un invito a una cosa oggi diventata sorprendentemente difficile: farsi capire.E allora eccomi qua, con un piccolo articolo-riflessione. Non ho intenzione di insegnare nulla a nessuno: non ne avrei né il titolo né, probabilmente, la cattedra. Però, visto che sono in molti a pensarla come me, mi permetto una considerazione.Perché quando scriviamo dobbiamo infilarci dentro, a tutti i costi, inglesismi, francesismi e parole straniere anche quando l’italiano possiede già una parola perfettamente comprensibile?Sia chiaro: non tutto quello che arriva dall’inglese è il male assoluto.Ci sono parole che ormai fanno stabilmente parte della nostra lingua e che sarebbe persino comico cercare di espellere con la forza. Computer, internet, software, sport, weekend. Sono entrate nel nostro vocabolario e le usiamo senza neppure accorgercene.Ci sono poi termini tecnici nei quali l’inglese è realmente più preciso, più breve o semplicemente più utilizzato a livello internazionale. E allora nessuno scandalo.Il problema non è l’inglese. È l’inglese usato come ornamento.Quello che non serve a spiegare meglio una cosa, ma soltanto a darle una mano di vernice. Una patina di modernità. Quasi che, dicendo una parola in inglese, il concetto diventi automaticamente più intelligente.E qui entra in scena lui: il magnifico, insostituibile, onnipresente problem solving. Una formula solenne, quasi da consiglio di amministrazione della NASA, per dire una cosa che in italiano abbiamo sempre detto senza alcun complesso di inferiorità: risolvere i problemi. Ma «risolvere i problemi» evidentemente è troppo semplice. Non fa curriculum. Non produce quella sensazione di essere appena usciti da un convegno internazionale.E così il nostro povero italiano viene accompagnato alla porta. Una riunione? No, meeting. Una telefonata? No, call. Una scadenza? Meglio deadline. Un parere? Feedback. Una persona competente? Non sia mai chiamarla semplicemente persona competente: è una risorsa.E potremmo andare avanti. C’era un tempo in cui, quando due persone dovevano parlarsi, si parlavano. Se erano più di due, facevano una riunione.Se dovevano decidere qualcosa, discutevano. Se avevano bisogno di un parere, chiedevano un parere. Oggi, invece, dobbiamo organizzare un meeting per condividere un feedback finalizzato al problem solving, possibilmente entro la deadline, coinvolgendo tutte le risorse interessate.Che detta così sembra di dover salvare il mondo. In realtà, magari, dobbiamo soltanto metterci attorno a un tavolo e decidere che cosa fare entro venerdì.E forse è proprio questo il punto. Le parole dovrebbero essere finestre, non tende. Dovrebbero aiutare chi legge a capire, non costringerlo a fermarsi ogni tre righe per domandarsi: «Ma che ha scritto?». Anche perché l’italiano, diciamolo, qualche problema se lo crea già da solo. È una lingua ricchissima, complessa, piena di sfumature e, proprio per questo, non sempre semplice. E noi spesso contribuiamo con entusiasmo a renderla ancora più complicata. Aggiungiamoci pure un po’ di inglese inutile e abbiamo completato l’opera. Non si tratta di fare una guerra agli inglesismi. Sarebbe una battaglia persa in partenza e, soprattutto, abbastanza ridicola.Si tratta semplicemente di usare le parole che servono. Se una parola straniera serve, usiamola. Se è entrata davvero nella nostra lingua, nessun problema. Ma se abbiamo una bella parola italiana, comprensibile a tutti, perché sostituirla con una parola inglese soltanto per sembrare più aggiornati?Forse perché abbiamo paura che, scrivendo «riunione» invece di «meeting», qualcuno possa pensare che siamo rimasti indietro. E allora pazienza.Preferisco essere capito da una massaia di Cremona che applaudito da qualcuno che, alla fine di un lungo meeting dedicato al problem solving, mi chiede comunque: «Scusi, ma che cosa voleva dire?» D’altra parte, una volta avevamo riunioni, scadenze e pareri. Oggi abbiamo meeting, deadline e feedback. Almeno sembriamo più impegnati. Tutto qui. «Hello everyone, see you next time!» Pardon: Un saluto a tutti voi e ci vediamo alla prossima.

