Elèna Italiano|Più la tecnologia accelera, più cresce il bisogno dell’uomo di rallentare. Più il mondo diventa digitale, più l’uomo sente il richiamo della Terra. E mentre il mondo corre, cresce una tendenza che sembra andare in direzione opposta: quella di chi cerca il silenzio, la lentezza e il contatto con la natura. Forse perché, dopo aver conquistato ogni connessione, l’uomo sente il bisogno di ritrovare la propria appartenenza.
Il crescente successo degli articoli dedicati ai boschi, ai sentieri e ai borghi raccontati da In viaggio con Casertasera ci ha suggerito una riflessione che va oltre il semplice racconto del territorio. Dietro e dentro l’entusiasmo dei tanti lettori sembra infatti risiedere e affiorare qualcosa di più profondo: il bisogno di riscoprire un rapporto autentico con la natura, con i luoghi e, in fondo, con la parte più vera di sé stessi. È da tale consapevolezza che nasce il presente “viaggio nel viaggio”. Un “itinerario” che attraversa i millenni, analizzando parole antiche e termini contemporanei sempre più presenti nel nostro lessico: dal νόστος dei Greci allo Shinrin-yoku, dal Grounding all’Earthing. Il linguaggio non è mai un semplice insieme di parole: è la “storia” e la “geografia” di una civiltà, la traccia che rende visibile in superficie lo scorrere del magma sotterraneo all’interno del quale si agitano desideri, inquietudini, speranze, attese e ricerca di senso. E se il nostro vocabolario si è arricchito di espressioni che evocano il ritorno alla natura, è forse perché – sotto la superficie della contemporaneità – è emerso un desiderio antico quanto l’uomo: ritrovare una bellezza che non sia soltanto da contemplare, ma una bellezza che sia da abitare. Forse l’uomo contemporaneo non cerca semplicemente la natura, ma cerca un luogo a cui sentire di appartenere davvero.
OGNI CIVILTA’ LASCIA UNA EREDITA’
Con tutto se stesso. Con tutto il suo corpo. E con tutti i suoi sensi. Ogni civiltà lascia alla storia un’eredità e un’identità precisa che finisce poi per caratterizzarla, per identificarla. Ci sono stati i secoli delle grandi esplorazioni, delle cattedrali innalzate verso il cielo, delle rivoluzioni che hanno cambiato il destino dei popoli. E poi ci siamo noi. Qui ed ora. In queste coordinate spazio temporali che ospitano le nostre vite preziose. E chissà come verremo visti ed etichettati dagli occhi degli uomini e delle donne del futuro? Difficile ipotizzarlo. Ma probabilmente, il nostro tempo sarà forse ricordato dai nostri successori come l’epoca della liquidità e del “paradosso dell’iperconnessione” che moltiplica istantaneamente le conoscenze ma, allo stesso tempo, impoverisce i legami relazionali. L’epoca paradossale che sa renderci “cittadini del mondo” ma sa anche distrarci dalle bellezze del suolo natio, rendendoci sempre più famelici di tesori lontani. Mai l’uomo aveva posseduto un potere tanto straordinario: abbattere le distanze in tempo reale con un semplice click.
IL POTERE NELLE NOSTRE MANI
Riflettiamoci. Il nostro potere risiede oggi nelle nostre mani. Sono i nostri polpastrelli – digitando tasti – a spalancare porte, attraversare continenti, scrivere storie, chiuderne altre, modificare percorsi e innovare destini. Mai un gesto tanto piccolo aveva avuto un potere tanto grande. Eppure, in questo nuovo potere grandioso, inimmaginabile solo qualche decennio fa, sboccia un grande paradosso dell’uomo contemporaneo. Difatti, oggi, se le connessioni si moltiplicano, è anche vero che le relazioni si assottigliano. Le parole viaggiano velocissime, mentre il silenzio diventa un lusso dimenticato. È tutto estremamente veloce, offerto sul rullo continuo degli impegni plurimi e delle plurime distrazioni, che viviamo nell’eccesso di stimoli e di dati. Senza riuscire a gustarli. Digerirli, metabolizzarli. Facendo addirittura fatica a selezionarli. Noi contemporanei siamo divenuti perfettamente consapevoli di questa compulsione di immagini, parole, suoni, obblighi, urgenze, affanni e contraddizioni e non ne siamo soltanto stanchi: spesso ne siamo saturi. Saturi di immagini che scorrono senza lasciare memoria, di rumori che soffocano la riflessione, di informazioni che si accumulano senza trasformarsi in conoscenza, di una presenza continua nel mondo virtuale che, troppo spesso, coincide con un’assenza dalla vita reale.
SIAMO OVUNQUE MA A FATICA ABITIAMO NELLO STESSO LUOGO
Siamo ovunque, eppure spesso fatichiamo ad abitare il luogo in cui ci troviamo. Conosciamo il mondo, ma rischiamo di dimenticare la Terra da cui proveniamo.Dunque, forse, è proprio da questa sorta di “vertigine” che nasce il richiamo del bosco incontaminato. E del borgo non instagrammato. Un richiamo che – se ci soffermiamo ad interpretare – è la cartina tornasole di un desiderio di “ritorno”. Perché, prima di abitare le città, l’uomo abitava la Terra. Prima delle strade, seguiva il corso dei fiumi. Prima di imparare a costruire, aveva imparato ad ascoltare la direzione del vento.I Greci conoscevano il nome di un richiamo irresistibile verso le origini. Lo chiamavano νόστος (nostos): il ritorno. Non il semplice rientro a una dimora, ma il viaggio dell’anima verso la propria origine. L’Odissea – infatti – non è soltanto il racconto del ritorno di Ulisse a Itaca: è la metafora della condizione umana, di chi attraversa il mondo per poi arrivare a comprendere che nessuna conquista ha davvero valore se gli costa la perdita della propria “casa interiore”. Da allora ogni viaggio dell’uomo porta dentro di sé – in forme diverse – la nostalgia del ritorno. Forse è questo il viaggio che la nostra epoca ha appena iniziato. Dopo avere conquistato il mondo con la velocità, sentiamo il bisogno di fermarci e di ritrovare il tempo per riappropriarci paradossalmente del tempo stesso. E di noi stessi. Smarriti nella nostra complessità. E fame di acquisizione.
PRIMA, OGNI ISTANTE ERA UNA CORSA ORA SENTIAMO L’ESIGENZA DI SCOPRIRE LA LENTEZZA
Dopo avere trasformato ogni istante in una corsa, avvertiamo l’esigenza di riscoprire la lentezza del cammino. Dopo avere illuminato le notti con gli schermi, sentiamo di dover tornare a cercare la luce timida che filtra tra le fronde di un bosco. E non è un caso che proprio il lessico del nostro tempo riveli questa trasformazione. Ogni epoca inventa le parole di cui ha bisogno e le parole raccontano sempre la civiltà che le pronuncia. Così entrano nel nostro vocabolario termini inglesi come “Grounding” (Radicamento) ed “Earthing” (ricongiungimento con la terra), o, perfino, parole giapponesi, come “Shinrin-yoku” (Bagno nella foresta). Capiamo dunque che il mondo contemporaneo avverte il bisogno di dare un nome nuovo a un desiderio antico. Eppure, sotto queste espressioni nate in luoghi e culture lontane, continua a scorrere, in un certo senso, la stessa corrente interiore, spirituale, animica che attraversa la storia dell’uomo da millenni. I Greci la chiamavano νόστος: il ritorno. Una parola antica quanto il bisogno umano di ritrovare la propria origine, di riconciliarsi con la Terra e con sé stesso. Cambiano le lingue, cambiano i nomi, ma il sentimento rimane immutato. Perché ogni civiltà conia parole nuove per raccontare bisogni che, in fondo, accompagnano l’uomo da sempre. Ed è da questa memoria, da questa esigenza di riconnessione antica, che riaffiora la pratica dello Shinrin-yoku, il “bagno nella foresta”. Entrare in un bosco significa tornare a casa, in un luogo che l’anima riconosce prima ancora della memoria. E in quel luogo riecheggia una verità che la fretta ci ha insegnato a dimenticare. Gli alberi erano qui prima di noi. Prima delle città, prima delle strade, prima ancora che l’uomo credesse di poter dare un nome e un calendario al tempo.
QUANDO IL BOSCO ATTENUA LA NOSTRA ANSIA
Nel bosco l’ansia perde il suo impero, costretta a deporre il suo asfissiante peso. Gli orologi continuano a esistere, ma smettono di comandare. La loro silenziosa tirannia si incrina. Si sgretola. Il frastuono che ci abita si arrende al silenzio e le inquietudini si dissolvono come la bruma quando l’alba sfiora la terra con il suo primo respiro.Ed è allora che accade qualcosa che nessuna tecnologia potrà mai restituire. Gli occhi, prigionieri dei monitor – consumati dalla luce artificiale degli schermi – ritrovano la lo loro antica libertà, ricordando finalmente la loro vera vocazione: abbracciare l’immensità dell’orizzonte, lasciarsi incantare dal lento valzer delle foglie, affidarsi alla pazienza del vento. Qui, gli occhi ricordano che non sono nati per fissare un display, ma per contemplare il miracolo della vita, per cercare la luce tra i rami, seguire il volo degli uccelli e ascoltare il respiro della foresta, fino a sentirne il battito dentro di sé.Perché è lì che comprendiamo ciò che la contemporaneità ci costringe troppo spesso a dimenticare: la natura non ci chiede di essere produttivi, connessi o veloci. Ci chiede soltanto di essere presenti. E quando impariamo davvero a esserlo, scopriamo che tra gli alberi non ritroviamo soltanto il mondo: ritroviamo la parte più autentica di noi stessi. E qui assistiamo ad un altro paradosso: il viaggio più difficile – quello del ritorno a se stessi – ce lo insegnano proprio loro, gli alberi, immobili per volere della natura.Anche “Grounding” ed “Earthing’ sono parole sempre più in uso; esse raccontano di un desiderio antico che racchiude un gesto tanto semplice quanto sacro: poggiare i piedi nudi sulla Terra. Nel segno del radicamento. Nel segno della riconnessione. Lontanissimi dall’iperconessione digitale. E non è soltanto l’uomo a ritrovare la Terra: è la Terra che, come una madre paziente, riconosce il ritorno del proprio figlio. O del proprio amore temporaneamente perduto. Come avvenne nella storia di Ulisse e Penelope.Il filosofo trascendentalista, Henry David Thoreau aveva ascoltato quella voce di “richiamo”. “Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza”, scrisse. Aveva compreso che il progresso non consiste soltanto nell’andare sempre più lontano, ma nel non perdere il sentiero che riconduce all’essenziale.Aveva ragione anche lo scrittore francese Marcel Proust laddove scriveva che “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Il bosco difatti non cambia il mondo ma cambia l’uomo che lo attraversa.È proprio questo insieme di consapevolezze che orienta sempre di più il format “In viaggio con Casertasera”. Non per raccontare soltanto luoghi, ma per ricucire il dialogo tra l’uomo e la sua Terra, tra il presente e la memoria, tra il viaggio e il ritorno. Ogni borgo custodisce una storia, una leggenda, ogni cammino conserva una voce, un’aspirazione, una tensione a divenire e un richiamo di ciò che è stato, ogni foresta protegge una sapienza che attende soltanto di essere percepita, fatta propria, accolta.Ed è qui che il νόστος (nostos) rivela il suo significato più profondo. Come Penelope attese Ulisse senza mai cessare di credere che il mare glielo avrebbe restituito, così la natura continua ad attendere – con pazienza – l’uomo che un tempo in essa abitava. Non lo giudica per la sua lunga assenza. Non lo richiama con clamore. Lo aspetta con la fiducia delle montagne, con la fedeltà dei fiumi, con il respiro millenario delle foreste, nella fede cieca che – dopo essersi perduto nel rumore del mondo – egli tornerà “a casa”.
OGNI BORGO DIVENTA UNA PICCOLA ITACA
Ogni borgo, in fondo, è una piccola Itaca. Ogni sentiero custodisce una promessa di ritorno. E ogni passo compiuto nella natura rinnova la più antica delle epopee: quella dell’uomo che – dopo avere cercato il mondo intero – comprende che il viaggio più grande non è conquistare nuovi orizzonti, ma ritrovare la strada di casa. È tornando alle proprie radici che si impara ad abitare il mondo; è così che – dalla notte dei tempi – ogni ritorno autentico insegna all’uomo ciò che nessun viaggio in luoghi lontani può, forse, donargli: il senso profondo della propria appartenenza.

