Elèna Italiano|ALIFE/MACERTA CAMPANIA. Esistono palchi che – nel giro di una serata – riescono a demolire convinzioni e luoghi comuni radicati da una vita. Sul palco di Miss Universe Italy, nell’incantevole cornice dell’Anfiteatro Romano di Alife, Luisa Scalise, avvocato classe 1983, non ha conquistato soltanto la fascia di Miss Talent. Ha infranto due stereotipi con la forza dell’esempio. Il primo riguarda l’età: in un concorso che sceglie di non imporre limiti anagrafici, dimostra che bellezza, fascino, carisma e presenza scenica non conoscono stagioni, ma sono l’espressione dell’identità, della consapevolezza e del percorso di una donna. Il secondo colpisce un pregiudizio ancora più ostinato: quello che riduce i concorsi di bellezza a una semplice celebrazione dell’estetica. Dietro un sorriso, una passerella e un abito elegante infatti – più spesso di quanto si possa pensare – risiedono anche cultura, coraggio, competenza e impegno civile. E, come nel caso della nostra intervistata, anche una professione vissuta, ogni giorno, al servizio della giustizia e delle persone più fragili. Senza più preamboli tuffiamoci ora nell’intervista dedicata a Miss Talent Luisa Scalise.
– Avvocato, la violenza sulle donne raramente inizia con uno schiaffo. Molto più spesso prende forma attraverso umiliazioni, controllo, isolamento, manipolazione emotiva e continue svalutazioni della persona. La violenza psicologica è forse la forma più subdola perché invisibile e difficile da riconoscere. Nella sua esperienza professionale conferma che, quando non viene intercettata e fermata in tempo, rappresenta spesso il preludio a una successiva escalation che può sfociare anche nella violenza fisica?
“Lo schiaffo fa male in una coppia! Ma, ancora di più, lo fa lo schiaffo psicologico, lo schiaffo manipolatore che – apparentemente silente – è più letale. Nel mio lavoro, soprattutto quando gli interlocutori sono persone inserite nel reddito sociale, ho riscontrato la potenzialità dirompente della violenza psicologica, il danno provocato da una manipolazione premeditata. Di solito non c’è bisogno di uno schiaffo perché, una volta che la dimensione del “gaslithing” si è strutturata, definendo il carnefice e la sua vittima, per quest’ultima è sempre più difficile scappare. Nel mondo, diciamo “per bene” (solo indicativamente), una escalation viene subdolamente evitata dal mostro, lasciando spazio ad una morte giornaliera della vittima, che finisce per vedere la morte – addirittura! – come una liberazione. Mi disse una donna, tanto tempo fa, che a lei “non avrebbe creduto mai nessuno perché moglie di magistrato”. E poi:” se avessi dato il giusto valore all’inizio della relazione a piccoli comportamenti psicologicamente aggressivi, avrei capito”. Purtroppo da soli non si esce dal dramma, dalla persecuzione e dalla violenza. Manca l’esistenza della cognizione – in una donna coinvolta – dei segnali inequivocabili che la violenza psicologica potrebbe diventare fisica, sfociando in essa. Quando si è nella violenza di un evento si rimprovera la vittima di non avere capito in tempo, ma si commette anche l’errore di assolvere famiglia e società che – non “sapendo vedere” – hanno “permesso” evoluzioni tragiche. Tuttavia, riscontro, purtroppo che, con il loro atteggiamento, sono talvolta proprio le vittime che alimentano il compagno violento con la loro remissività e, soprattutto, l’impunità che spesso danno al loro aggressore. Una volta, una donna picchiata dinanzi al poliziotto, che recepiva la denunzia, continuava a difendere il marito per la paura di perderlo. Questa è la vera patologia su cui discutere: la struttura giustificativa che viene realizzata per giustificare le aggressioni. Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di narcisismo patologico. Il Disturbo Narcisistico di Personalità è effettivamente inserito nel DSM-5, cluster b, ma sui social il termine viene talvolta utilizzato con superficialità. Quando ci troviamo realmente di fronte a una relazione con una personalità narcisistica, gli esperti descrivono frequentemente un ciclo fatto di love bombing, idealizzazione, gaslighting, svalutazione, scarto, orbiting e, infine, hoovering. Quali segnali dovrebbero aiutare una donna a comprendere che non si tratta di una normale crisi di coppia, ma dell’inizio di una vera forma di abuso? “Il narcisista è una persona malata! Qui, due cose importanti voglio evidenziare subito: il narcisista sceglie la sua vittima! Quindi bisogna essere consapevoli che, quando ci si rende conto di essere nelle fauci del soggetto patologico, (per cui Freud ammetteva l’impossibilità della sua psicoanalisi), il primo passo per liberarsi dal demone del possesso spetta solo alla vittima designata. Secondo: in Italia non esiste il reato di narcisismo ma quello di atti persecutori e dello stalking. Per cui, quando ci si sente violati dal proprio compagno, non bisogna sorvolare candidamente ma bisogna chiedere aiuto. Non ignorate i segnali!” Molte donne che riescono a uscire da una relazione violenta raccontano di essere state salvate anche dall’aiuto di un’altra donna: un’amica, una sorella, una collega o una professionista. Quanto è importante oggi recuperare il valore della solidarietà femminile e della sorellanza per rompere l’isolamento in cui gli autori di violenza cercano di confinare le proprie vittime? “Sono d’accordo, le donne possono capire e comprendere davvero altre donne con facilità. L’ ascolto è fondamentale: un linguaggio di vittima viene subito individuato dagli esperti. Ripeto: imparare ad ascoltare i linguaggi è fondamentale. E’ sotto gli occhi di tutti il fallimento delle campagne mirate a convincere le vittime a denunciare. Muro contro muro. Fondamentale, per salvare una vita, è speso la presenza di una donna nella vita della vittima che possa diventare il suo “gancio”. Dove fallisce il terapeuta può vincere la solidarietà di genere, il vero terrore del narcisista, che sin dall’inizio della conclamazione del suo disegno, spinge la donna all’isolamento dentro e fuori la famiglia. – Lei è anche autrice di un romanzo-inchiesta che affronta uno dei temi più delicati e complessi del nostro Paese: la mafia. Due parole in merito. Sì. “Non pensare di mafia” è un testo che rappresenta la partenza dell’Associazione che ha come logo il titolo del libro: è una guerra contro ogni forma di criminalità organizzata; è la lotta contro il malaffare e, soprattutto, contro una mentalità di violenza e di clan.” – Dalla tutela delle donne nelle aule di tribunale fino al suo impegno nella divulgazione e nella scrittura, il filo conduttore del suo lavoro sembra essere la difesa della dignità umana e della legalità. Qual è il messaggio che vorrebbe rivolgere a tutte quelle donne che oggi vivono una situazione di violenza o manipolazione ma non trovano ancora il coraggio di chiedere aiuto? “Il testo del libro inchiesta e quello dell’ Associazione volutamente sono uguali. In questo lavoro ho deciso di combattere – senza tregua! – ogni aspetto che possa nuocere all’integrità e alla dignità della donna. Ogni aspetto ed atto di violenza rappresenta una ferita per tutti noi. Per cui bisogna acquisire metodologie specifiche di guerra. Chiunque vuole scendere in campo con noi è il benvenuto. Io e tutto il mio staff siamo pronti ad ascoltare quella persona, uomo o donna che sia.”


