Lorenzo Applauso|Non scende in piazza, non occupa strade, non alza cartelli. Eppure è forse la protesta più assordante di tutte: quella di chi, ogni giorno, guarda il prezzo del carburante, fa due conti e si chiede come riuscire ad arrivare alla fine del mese.Il caro carburante torna a pesare come un macigno sulle famiglie, sui lavoratori e sulle imprese. E, come spesso accade, a pagare il conto più salato sono gli operai, la classe media, chi vive con uno stipendio e non ha margini per assorbire aumenti continui.Pensiamo a chi deve percorrere decine, a volte centinaia di chilometri ogni giorno per andare al lavoro. Non può scegliere di lavorare da casa, non può rinunciare all’auto, non può semplicemente decidere di consumare meno. Deve partire. Ogni mattina. E ogni sera deve tornare a casa.Nell’Alto Casertano, naturalmente, la situazione non è diversa. Anche qui la protesta è silenziosa, ma il malcontento cresce. A raccontarlo è un piccolo imprenditore ormai allo stremo.«Non ne possiamo più. Noi abbiamo sulla strada cinque mezzi che girano per la Campania e vi lascio immaginare quanto incide sulle nostre attività il prezzo del carburante. È letteralmente vergognoso. Possiamo sempre caricare tutto sull’utente?».Una domanda semplice, ma tutt’altro che banale. Perché un’impresa può aumentare i propri prezzi fino a un certo punto. Poi rischia di perdere clienti, commesse e competitività. E allora il costo resta sulle sue spalle, insieme a quello di energia, materie prime, personale e tasse. E poi ci sono i lavoratori dipendenti.Giancarlo è un operaio e ogni giorno dall’Alto Casertano raggiunge Napoli, dove lavora alla Regione. Un viaggio quotidiano fatto di chilometri, traffico e soprattutto di carburante. Un costo fisso che, a fine mese, può mangiarsi una parte significativa dello stipendio.«Non so cosa rimane a fine mese – ci dice, stanco e sfiduciato –. Qui al minimo accenno di una bomba nei luoghi di guerra scatta l’aumento. Ogni scusa è buona».È proprio questa la sensazione diffusa: quella di un prezzo che sale con estrema rapidità e che, quando le condizioni lo consentono, sembra fare molta più fatica a scendere.Nel frattempo, qualcosa si sta muovendo anche sul fronte dei controlli. Il Garante per la sorveglianza dei prezzi del Mimit, su indicazione del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, sta trasmettendo alla Guardia di Finanza l’elenco degli impianti che non avrebbero ancora adeguato i prezzi alla pompa al taglio delle accise disposto dal Governo, indicando anche le anomalie più significative rilevate.Gli esiti degli accertamenti della Guardia di Finanza, corredati da un rapporto di analisi, saranno poi trasmessi dal Garante all’autorità giudiziaria. Una procedura prevista dal regime speciale di controllo introdotto dal decreto-legge approvato a marzo dal Consiglio dei ministri.Anche il Codacons, come riferito dall’Ansa, ha chiesto al Garante per la sorveglianza dei prezzi copia delle informazioni trasmesse alla Guardia di Finanza sugli impianti che non avrebbero applicato il taglio delle accise sul gasolio.Bene i controlli. Bene le verifiche. Bene anche le segnalazioni.Ma la domanda, alla fine, è una sola: se saranno accertate irregolarità, chi ha sbagliato pagherà davvero?Perché altrimenti rischiamo di assistere, ancora una volta, al solito copione: controlli, comunicati, accertamenti, annunci. E poi tutto torna come prima.Intanto, però, il lavoratore continua a fare benzina per andare al lavoro. L’imprenditore continua a fare rifornimento per mandare avanti i propri mezzi. E la famiglia continua a fare i conti con uno stipendio che, mese dopo mese, sembra diventare sempre più piccolo.Questa è la protesta silenziosa.Non ha bisogno di piazze né di slogan. Si vede direttamente alla pompa di benzina, quando il display segna il totale e qualcuno, prima di pagare, tira un lungo respiro.E forse è proprio lì che la protesta diventa più assordante
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