Angela Giordano|Le geometrie della Versilia non ammettono disordine. Sotto il sole bianco di fine agosto, la spiaggia si dispiegava come una scacchiera perfetta di tende écru e lettini allineati con rigore marziale. Alle spalle, i profili aspri delle Alpi Apuane sembravano tremare, velati da una foschia densa di calore; davanti, il Tirreno era uno specchio calmo, addomesticato, che lambiva la sabbia finissima con la precisione inesorabile di un metronomo. Ludovica sedeva sotto l’ombra quadrata della sua tenda. Suo marito, a meno di un metro di distanza, riposava supino, il volto coperto dalle pagine rosa del giornale finanziario. Erano sposati da quattordici anni. Una consuetudine pacifica, la loro, costruita su fondamenta solide e priva di spigoli, ma svuotata ormai di quelle correnti ascensionali che, un tempo, toglievano il respiro. Lei abbassò il libro che teneva aperto sulle ginocchia, un romanzo la cui trama le sfuggiva da giorni, e lasciò vagare lo sguardo oltre la rovente passerella di legno, verso l’orizzonte. Fu in quel preciso istante che lo vide. O meglio, prese coscienza del fatto che lui la stava già osservando. Era due file più avanti, leggermente spostato sulla destra. Un uomo sui quarantacinque anni, l’età in cui le illusioni lasciano il posto a una solida e stanca consapevolezza. Aveva la pelle segnata da un’abbronzatura matura, i capelli scuri resi appena rigidi e opachi dal sale. Accanto a lui, una donna bionda la moglie, con ogni evidenza spalmava meticolosamente una crema protettiva sulle braccia, del tutto assorta nel suo rituale. Lui, invece, era immobile. Con un polso elegantemente appoggiato al ginocchio, teneva gli occhi scuri fissi su Ludovica.
Non distolse lo sguardo quando si accorse di essere stato scoperto. Fu una violazione minima, silenziosa, eppure deflagrante. In quel rettangolo di sabbia pettinata, dove le esistenze di tutti i villeggianti procedevano su binari paralleli e rassicuranti, quell’incrocio di pupille provocò un corto circuito formidabile. Ludovica sostenne quello sguardo per un battito di ciglia di troppo. Sentì il calore salirle lungo la nuca, un brivido sottile ed elettrico che si propagò sotto la seta del costume, una scossa primordiale che non provava da stagioni intere. Poi, con una lentezza studiata e altera, riportò gli occhi sulla pagina stampata. Le parole, tuttavia, erano diventate puro inchiostro senza senso. I giorni che seguirono furono un estenuante, raffinatissimo gioco di specchi e di silenzi. Si cercavano senza muoversi, si possedevano senza sfiorarsi. C’era un’intesa clandestina tra loro, fatta di traiettorie visive e pause calcolate. L’erotismo non aveva bisogno della carne per bruciare; viveva nello spazio di un caffè ordinato al bancone del bar, nel rumore cristallino del ghiaccio contro il vetro di un bicchiere, nel fruscio della brezza tra gli aghi dei pini marittimi. Una mattina, il caso o forse una calcolata coincidenza li portò a ritrovarsi fianco a fianco in attesa del cameriere. Lui indossava una camicia di lino bianco, sbottonata quel tanto che bastava per tradire il chiaroscuro del petto; lei un pareo leggerissimo che, mosso dall’aria, le fasciava dolcemente la linea dei fianchi. «Il maestrale oggi si fa attendere» disse lui. La voce era bassa, velata, simile a una corda di violoncello pizzicata nella calura del mezzogiorno. «Forse è meglio così» rispose Ludovica, guardando oltre la spalla dell’uomo verso l’acqua incerta. «Lascia il mare intatto. Come uno specchio.» Lui sorrise. Un sorriso obliquo, carico di un’ironia amara e suadente, che scivolò lungo la clavicola scoperta di lei e andò a indugiare, sfacciato, sulla linea del collo. «Nulla resta davvero intatto, se si ha l’ardire di guardarlo troppo a lungo.» Il cameriere arrivò, poggiando i piattini d’acciaio sul bancone e frantumando la perfetta simmetria di quell’istante. Si separarono con un cenno quasi impercettibile del capo. Nessuna presentazione formale, nessun nome scambiato. Non serviva. Entrambi sapevano con assoluta certezza di essere giunti a quell’ora della vita in cui le conseguenze e le responsabilità pesano infinitamente di più delle possibilità. C’era una fatica condivisa nei metalli dei loro anelli nuziali, una stanchezza di fine estate che rendeva quell’evasione sensuale dolcissima proprio perché destinata, fin dall’inizio, a rimanere confinata nell’aria. L’ultimo sabato di vacanza il cielo sopra Forte dei Marmi si tinse di un lilla malinconico e freddo, inequivocabile preludio di settembre. Sotto la tenda, Ludovica chiuse la borsa di paglia con un gesto definitivo. Suo marito stava già piegando frettolosamente gli asciugamani di spugna, lamentandosi in anticipo del traffico che avrebbero sicuramente trovato sull’autostrada A11, delle code infinite al casello di Viareggio e delle riunioni che lo attendevano, implacabili, il lunedì mattina in ufficio. Lei si voltò un’ultima volta verso la terza fila. L’uomo era in piedi, girato di tre quarti. Anche la sua compagna stava radunando le riviste sparse sul tavolino di plastica. Lui, avvertendo il richiamo invisibile, sollevò il capo e trovò infallibilmente gli occhi di Ludovica. Si guardarono con una chiarezza assoluta, improvvisamente spogliata di ogni civetteria e di ogni gioco di seduzione. Fu un congedo solenne, un atto di rinuncia doloroso ma lucido. In quel lungo, ultimo sguardo c’era tutto il peso di ciò che avrebbe potuto essere, di corpi che avrebbero potuto intrecciarsi al buio in una stanza chiusa dalle persiane, e che invece, per salvaguardare il quieto equilibrio del mondo, non si sarebbero mai conosciuti. Lui abbassò impercettibilmente il mento. Un omaggio silenzioso, un ringraziamento muto per quella boccata d’ossigeno. Lei rispose socchiudendo gli occhi per una frazione di secondo, prima di voltare le spalle e seguire il passo pesante del marito lungo la passerella. Poche ore dopo, l’abitacolo del SUV era saturo dell’aria condizionata asettica e fredda. Il nastro d’asfalto correva monotono tra i pini, i guardrail e i capannoni industriali, inghiottendo rapidamente i colori della Versilia e le sue brevi, accecanti illusioni. «Hai riposato in queste due settimane?» le domandò il marito, rompendo il silenzio e tenendo gli occhi fissi sulla carreggiata grigia. Ludovica voltò la testa verso il finestrino. Il vetro oscurato rifletteva i suoi lineamenti distesi, placati, ma nel fondo delle pupille brillava ancora una scintilla segreta, una minuscola, inconfessabile e bellissima rivolta. «Sì» rispose a mezza voce, passandosi distrattamente un dito sulle labbra che le sembravano sapere ancora, disperatamente, di sale. «Sono state vacanze bellissime.»

