Elèna Italiano| Una soglia non è semplicemente un limite: è il luogo in cui il desiderio di proseguire incontra la curiosità di ciò che ancora non conosciamo. È un invito ad andare oltre. E questo viaggio a Trebula sarà un viaggio di soglie: una porta per entrare nella città, una leggenda per attraversarne il mistero, una casa vecchia per addentrarci nella tradizione orale, un calice per lasciare che la leggenda si schiuda lentamente davanti ai nostri
sensi. Il nostro viaggio si tingerà progressivamente di tre colori: il rosso del Casavecchia, il verde delle erbe aromatiche, il bianco caldo del calcare antico. Il rosso si raccoglie nel calice: rubino, cremisi, scarlatto, tre sfumature che sembrano danzare con la stessa leggiadria delle Tre Grazie scolpite da Canova. Il verde si sprigiona dalla menta e dal timo selvatico. Il bianco caldo del calcare, attraversato dall’ocra dorata e da riflessi color miele, sembra custodire la carezza del sole. Tre colori, tre modi di entrare a Trebula: il rosso si assapora, il verde si annusa e si respira, il bianco si osserva, si tocca e si attraversa. È la seduzione della soglia il fil rouge del nostro viaggio. È tempo, dunque, di iniziare. Trebula Balliensis. Un nome che sembra uno scrigno capace di custodire secoli di storia. Trebula è un antico toponimo di probabile origine preromana, la cui etimologia è ancora discussa; Balliensis la distingue dalle altre Trebula e richiama i Ballienses. Ed eccola. La nostra prima soglia.
LA PORTA A TENAGLIA PIU’ IMPORTANTE D’EUROPA
Rinvenuta nel 2007, la grande porta megalitica occidentale a tenaglia esterna e a corridoio interno emerge dalla terra con la possenza e l’orgoglio delle sfide affrontate nei secoli. Ma perché occidentale? Perché a tenaglia? E perché a corridoio interno? Scopriamolo insieme. Occidentale perché si aprirebbe sul lato occidentale della cinta muraria. A tenaglia per la particolare conformazione dei bastioni che precedono e affiancano l’ingresso, formando una sorta di tenaglia difensiva. A corridoio interno perché, oltre la soglia, la struttura prosegue in un corridoio inserito nel sistema difensivo. La sua eccezionalità sta nelle dimensioni e nella monumentalità della struttura. Attraversarla significa entrare in una storia che affonda le proprie radici nella prima età preromana della Campania e che, secoli dopo, avrebbe visto succedersi Sanniti e Romani. Avviciniamo una mano alla pietra e seguiamone le asperità, le cavità lasciate dal tempo. Sotto il palmo sembra affiorare il calore delle mani che quelle pietre le sollevarono, le posarono, le costruirono. Chi ha attraversato questa porta? Quante generazioni sono passate di qui? Permettiamo alla fantasia di aprire per un istante la porta dell’immaginazione. È mattina. La porta è aperta e Trebula comincia a vivere. Tra la gente, possiamo immaginare una giovane donna che attraversa la soglia con un’anfora di terracotta. La immaginiamo con il volto ovale, gli occhi scuri e i capelli neri raccolti sulla nuca, con qualche ciocca che le ricade sulle tempie. Indossa una lunga tunica di lino color avorio, stretta in vita da una cintura. Sulle spalle, una piccola fibula trattiene il mantello. Una folata di vento le sfiora il viso. Attorno a lei passano mercanti, contadini, bambini. Dalle botteghe arrivano voci, dalle terme il suono dell’acqua. La porta si apre. Lei passa. E Trebula, per un istante, respira di nuovo. Ma la terra sotto i piedi richiama alla concretezza. Torniamo dunque alle notizie documentate. Nel 1758 William Hamilton iniziò a scavare a Treglia e vi tornò nel 1766. Dopo di lui, la conoscenza di Trebula passò attraverso gli studi e le ricerche di Gabriele Iannelli, di Domenico Carafa, di Amedeo Maiuri e, in tempi più recenti, di Domenico Caiazza. Emersero le terme pubbliche, portate alla luce nel 1976, e il teatro. Il foro, invece, fu localizzato topograficamente nell’area centrale della città, ma la sua identificazione sarebbe stata solo ipotizzata sulla base degli elementi rinvenuti. La terra non restituiva più soltanto pietre. Restituiva una città che un tempo pullulava di vita. E forse è proprio questo che accade ogni volta che qualcuno sa guardare davvero: una pietra torna a essere una città. E un rudere torna a essere una storia. E proprio un rudere ci chiama a varcare un’altra soglia, permettendoci l’ingresso nella suggestione della tradizione.
LA LEGGENDA – LA VITE E IL SEGRETO DELLA “CASAVECCHIA” SCOPERTA DA UN CONTADINO DI PASSAGGIO
A Treglia, frazione di Pontelatone, la leggenda entra nel calice e, dal calice, si disvela. Come il vino ha bisogno di ossigenarsi per aprirsi lentamente e rivelare ciò che custodisce, così anche una leggenda necessita dell’aria del presente per librarsi e tornare a vivere. Prendiamo dunque la bottiglia di Casavecchia, apriamola e incliniamola lentamente, lasciando che il vino, scorrendo, dialoghi con l’aria pronta ad accoglierlo. Consentiamogli di respirare per un po’. Avviciniamo quindi il calice alle nostre narici e permettiamo che il nettare degli dei si dischiuda dolcemente, affinché i profumi in esso contenuti possano sprigionarsi, raccontandoci segreti affascinanti, mentre i tannini si ammorbidiscono pian piano. Il rubino muta sotto la luce. Ora si fa più scuro, ora raccoglie riflessi cremisi. Avvicinato al naso, il profumo annuncia il piacere della degustazione: frutta rossa, frutti di bosco, note speziate. Raggiunto il palato, il vino scivola lentamente sulla lingua, avvolge la bocca e lascia una traccia che invita alla degustazione successiva. E la leggenda inizia. Diventa parola. Parola che, dopo parola, tesse un racconto antico. C’è una frase che dobbiamo portare con noi per la comprensione di questa storia: «L’uva ’e chella casa vecchia». Tenetela a mente, perché è attorno a queste poche parole che si avvolge la leggenda. E dentro di essa c’è una vite. Ma, prima ancora della vite, c’è una casa. Una casa vecchia. Un uomo che passa. E degli occhi che si fermano. Perché è questo il punto: gli occhi. A Treglia, secondo la leggenda, quegli occhi hanno un nome e un cognome: Scirocco Prisco. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, un contadino di Pontelatone passa nei pressi di un antico rudere, vicino alla vecchia masseria Ciesi. Lì, accanto a quelle pietre, c’è una vite. Una vite che avrebbe potuto passare inosservata. E invece no. Scirocco Prisco la vede. La guarda. Ne riconosce la potenzialità. Per quanto profondamente radicata nella memoria del territorio, dobbiamo sempre precisare che questa storia non è una certezza storica. È una tradizione popolare, tramandata nel tempo e raccolta nelle fonti legate alla storia del Casavecchia. Non possiamo sapere con certezza se quella vite fosse davvero l’origine del vitigno che oggi conosciamo. Possiamo però riconoscere ciò che la leggenda ha conservato: la memoria di un uomo, di una casa vecchia, di una vite e di uno sguardo capace di riconoscere un tesoro dove altri avrebbero visto soltanto un rudere. È qui che la leggenda cambia passo. Il tesoro non era nascosto dentro la casa: cresceva accanto a quelle pietre. Quella casa vecchia era destinata a diventare un baule di ricchezza. Ma, aprendolo, non vi avremmo trovato monete d’oro, gioielli o drappi di seta. Avremmo trovato qualcosa di più raro: il futuro enogastronomico di una terra. Scirocco riproduce quella vite e la porta nei suoi vigneti. La consegna alla terra. E quella vite comincia a moltiplicarsi. E da qui arriva il nome: «L’uva ’e chella casa vecchia». L’uva di quella casa vecchia. Un nome semplice, dentro cui sono custoditi la casa, la vite, l’uomo che l’ha trovata, la terra che l’ha accolta e soprattutto quello sguardo. È questo il cuore della leggenda: riconoscere un valore prima che abbia un nome. Una pagina ingiallita può sembrare inutile carta vecchia e invece custodire un sapere prezioso per chi voglia indagarla, scrutarla, leggerla. Un monile può perdere la sua brillantezza e continuare a custodire un tesoro. Una pietra può sembrare soltanto una pietra e invece appartenere a una città. E una vite, accanto a una casa vecchia, può diventare il futuro enogastronomico di una terra. Oggi quel nome ci porta al Casavecchia di Pontelatone, un vino pregiato e molto apprezzato. Ma prima del vino c’era la vite. E, prima della vite, quello sguardo. Per questo la leggenda non racconta soltanto la nascita di un vino. Racconta l’intuito di chi sa guardare e riconoscere ciò che ancora non ha un nome. «L’uva ’e chella casa vecchia». Adesso quella frase non è più soltanto una voce antica. È una soglia. E noi l’abbiamo appena attraversata. Ma il viaggio non finisce nel calice. Dalla vite torniamo alla terra e incontriamo un’altra soglia: l’orcio.
I PRODOTTI TIPICI – CASAVECCHIA E CONCIATO ROMANO DUE SPECIALITA’ CHE SI COMPLETANO
I prodotti tipici di Pontelatone sono il vino Casavecchia e il Conciato Romano. Alla prima olfazione, il Casavecchia si apre lentamente: arrivano la frutta rossa matura, i piccoli frutti di bosco e una trama sottile di spezie. E allora possiamo creare un parallelismo con quella giovane donna che abbiamo immaginato attraversare la porta: come lei portava l’anfora di terracotta, i capelli raccolti sulla nuca, la lunga tunica e la fibula che trattiene il mantello, così ora possiamo immaginare le Tre Grazie di Canova mentre si concedono al nostro palato. La prima porta con sé la frutta rossa matura, la seconda i piccoli frutti di bosco, la terza una sottile trama di spezie. Si muovono insieme, come le tre figure uscite dalla pietra, e raggiungono il calice per offrirci un bouquet fiorito e sensoriale, che anticipa ciò che il palato sta per scoprire. Il Casavecchia di Pontelatone è un vino pregiato, molto apprezzato e riconosciuto come DOC. È un vino intenso, dalla lunga persistenza. E proprio la sua persistenza ci accompagna verso un’altra soglia: l’orcio. Fermiamoci un istante proprio su questa parola: orcio. Una parola breve, dal suono antico e domestico, che sembra arrivare da lontano e che, proprio come il recipiente che nomina, protegge un altro tesoro territoriale: il formaggio. Qui il protagonista è il Conciato Romano, un PAT della tradizione campana e una specialità del territorio, legata a Pontelatone e alle Colline Caiatine. Può nascere da latte pecorino, caprino o vaccino e viene poi conciato con olio, aceto, menta e timo, prima di affidarsi al tempo dentro l’orcio. Quando l’orcio si apre, il verde delle erbe sembra custodire uno smeraldo, mentre, in alcune varianti, il peperoncino accende una piccola fiamma rossa, richiamando ancora una volta il rubino del vino. E così il viaggio continua: dalla vite all’orcio, dal vino al formaggio, dalla terra al tempo. Ed è qui che possiamo vedere il disegno nascosto di questo viaggio. La porta custodisce la città. La casa custodisce la vite. L’orcio custodisce il formaggio. Il calice custodisce il vino. È come una matrioska: ogni contenitore ne custodisce un altro e ogni soglia ci conduce più in profondità. Entriamo nella porta e troviamo la città; attraversiamo la città e incontriamo la casa; entriamo nella casa e troviamo la vite; dalla vite arriviamo al vino; accanto al vino troviamo l’orcio e dentro l’orcio il formaggio. La pietra ci ha consegnato la storia, la leggenda il mistero, il calice e l’orcio la terra. Il bianco caldo del calcare, il rubino del vino, lo smeraldo delle erbe: tre colori che all’inizio erano una promessa e che ora riconosciamo come tre forme della stessa identità. E così, dopo aver attraversato tutte queste soglie, comprendiamo che Trebula non ci ha mai chiesto soltanto di entrare: ci ha chiesto di imparare a guardare.

